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domenica 20 giugno 2010

Direttore: Baronessa Soares   Condirettore: Michele Lorenzo Biafora

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(Dott. Maximiliano Palladini)

Uomini e non Cariche

Partendo dal presupposto che tutte le nostre attività, lavorative e non, sono concepite al servizio e per beneficio del genere umano, del quale facciamo parte noi tutti e non solo alcuni, e della natura entro la quale l’uomo stesso è concepito e vive, credo si debba tornare a vederci come uomini prima ancora che per le cariche che ricopriamo, proprio per valorizzare e dare un senso alle cariche stesse

Osservandoci attorno non è difficile notare la distorsione e l’involuzione di ogni aspetto quotidiano e di vita sociale e lavorativa, a partire da quello che dovrebbe essere il vertice per correttezza e altruismo, i Governanti, che una volta venivano definiti Onorevoli in quanto donavano ore del loro tempo alla comunità per la quale, non remunerati, si impegnavano nella risoluzione dei problemi, oggi sono uomini d’affari pure di scarse capacità dato che per arricchirsi stanno uccidendo la società nella quale loro stessi vivono e operano, si è mai visto un pesce inquinare il laghetto nel quale nuota? O una volpe incendiare il bosco dal quale trae cibo e rifugio?

Essere uomini, a che si fomentino i valori effettivamente nevralgici della vita, a scapito dell'indebito accaparramento, a danno dei più deboli ed indifesi.

La società è nata in epoca preistorica per salvaguardare l’incolumità di tutti i componenti della stessa, i compiti erano per ciascuno, equamente distribuiti , nessuno era inattivo, e la predominanza era dei saggi, i quali, ricchi di esperienza vera, vissuta,sapevano dispensare consigli utili e mai di parte.

Oggi la società ha subito una involuzione ( non si può considerare evoluzione, una trasformazione, una degenerazione in negativo d' una situazione originaria) per la quale non è più nemmeno contemplato il perseguimento del benessere dell’intera collettività, ma il denaro che altro non è, che un mero mezzo di scambio di beni e servizi, che dovrebbero invece, essere garantiti a tutti. Poteri forti dunque, oligarchia assolutista, che detiene le sorti di un intero pianeta.

Una soluzione possibile a questa situazione cancerosa potrebbe una presa di coscienza generale, un riprenderci tutti da questa sbornia delle illusioni che la televisione ci propina, per le quali ne siam divenuti succubi.

Indi, s'auspica il ritorno ad una vita naturale, che non vorrà necessariamente dire tornare alle caverne, ma riscoprire il piacere della vita, dell’amore e anche del sesso, lasciando bramosie di potere effimero, e il desiderio di accumulare ricchezze che da morti non godremo… vivendo così, la vita e le emozioni.


LUNEDI' 26 APRILE 2010, IN SALERNO, IL POETA MICHELE LORENZO BIAFORA, TERRA' UNA CONFERENZA PRESSO IL
CIRCOLO UFFICIALI DELLE FORZE ARMATE, NELLA GIORNATA A LUI DEDICATA, DALLE ISTITUZIONI SALERNITANE, E DALLE MASSIME AUTORITA' CULTURALI DELLA CITTA. INDI, LA PRESTIGIOSA ASSOCIAZIONE CULTURALE, IL CAFFE' DELL'ARTISTA, CHE ANNOVERA, TRA I SOCI ONORARI, L'ESIMIO SCIENZIATO GIOVANNI PAPINI, NONCHE' FRANK GARGIONE, SCIENZIATO PER LE COMUNOICAZIONI SATELLITARI NASA, E LILIANA DE CURTIS, FIGLIA DELL'INDIMENTICATO ANTONIO DE CURTIS (TOTO').
IL POETA, INCENTRERA' LA CONFERENZA SULLA SUA ULTIMA OPERA POETICA, "CELESTE ILLUSIONE", PRESENTATA NEL NOVEMBRE 2008, NELLA BASILICA S.MARIA DELLE GRAZIE, IN MILANO, OV'E' CUSTODITO IL CENACOLO DI LEONARDO DA VINCI.
RICHIAMERA' L'ATTENZIONE SULLA ESTREMA VALENZA PROMULGATIVA DELLA POESIA, QUALE STRUMENTO DI RIEQUILIBRIO
SOCIALE E CULTURALE.
NELL'AMBITO DELL'EVENTO, SARA' UFFICIALIZZATA, LA NUOVA CANDIDATURA AL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA, DOPO QUELLA DEL 2004, PRESSO LA REALE ACCADEMIA DI STOCCOLMA, PER MICHELE LORENZO BIAFORA, DA PARTE DELLA UNIVERSITA' INTERNAZIONALE "GAETANO SALVEMINI" DI ROMA.
SARA' IL RETTORE STESSO DELLA UNIVERSITA', SEN. PROF. COSMO GIACOMO SALLUSTIO SALVEMINI, A DARNE NOTIZIA.


 

di Dott. Michele Lorenzo Biafora

"PARCO COMMERCIALE I PAPAVERI"


La martoriata Calabria, mai come oggi, in seno ad una scellerata Amministrazione Regionale, necessita di nuovi impulsi, su di processi di rivalsa economica e sociale, che producano significativamente, nuovi posti di lavoro, parimenti ad una maggiore stabilità, a che questi non siano estemporanei, e fondamentalmente fugaci. Le sinergie di fatto, avranno la meglio sul maldestro spirito prevaricativo, imposto dai poteri e caste, che s'illudono di tener soggiogata l'intera regione, ov'anche, la stessa città di Crotone, cui parleremo, alla stregua d'una grande nuova iniziativa di coraggiosi imprenditori, fermamente convinti e propensi a credere, che investire in loco, abbia una massimale valenza commerciale, ed anche e soprattutto morale.
Entro pochi mesi, sarà ultimato, in Crotone, sulla statale 106, un mega progetto, meglio identificato quale, "PARCO COMMERCIALE I PAPAVERI", che fornirà occupazione, per intanto, sin già, per la fase di costruzione della struttura, da parte della S.I.I. S.R.L. del noto imprenditore Crotonese Amedeo Pizzuti, a moltissime persone. E circa 200 persone, vi lavoreranno ad impianto ultimato, nei vari comparti che lo costituiranno; IPERMERCATO ALIMENTARI DI 4000 MT. QUADRATI, acquisito dal Gruppo facente capo al Dott.Michele Lorenzo Biafora, COMPARTO HI FI, ove si è in trattativa, su intercessione dello stesso Dott.Biafora, con il Gruppo TLC S.P.A. Eldo Megastore, del magnate dell'elettronica, Onorato Damiano, ecc. IL PARCO COMMERCIALE I PAPAVERI, sorgerà in un'area di ben 20000mt quadrati e sarà caratterizzato da innovazioni ambientalistiche di rilevante pregnanza, unite ad una sempre maggiore attenzione d'accoglienza al fruitore, cliente, nonchè, la possibilità d'una grande struttura, che abbia, oltre ad offrire nelle strutture annesse le migliori offerte merceologiche, una capacità aggregativa d'alta qualità, per le famiglie, e soprattutto per i bambini, grazie all'ottimizzazione degli spazi disponibili, che prevedono accurata vegetazione e svariati servizi all'esterno, compreso ampio parcheggio per circa 4700 posti auto, e massimo comfort nelle strutture interne, inclusi ristoranti e bar.
MICHELE LORENZO BIAFORA


 

di Lucinha Soares

Regata Mondiale  - VOLVO OCEAN RACE 2008-2009

Tappa Rio de Janeiro - BRASILE

 

Partiti! Avventura selvaggia. Cruda. Assolutamente unica. É uno strepitoso mix di passioni, volontà, esperienza, determinazione e molta grinta. Un potente test della natura umana, la più estrema competizione mondiale di vela di classe.
Una vera regata dal respiro internazionale. Come definire altrimenti la Volvo Ocean Race, visto che gli 88 velisti impegnati nella prima tappa rappresentano 21 nazioni (e i 5 continenti)?
La Volvo Race è la regata più cosmopolita del panorama mondiale, solo la Coppa America le si avvicina e come la “vecchia brocca” poco importa che ci siano solo una manciata di team iscritti, visto che quei pochi rappresentano la totalità della comunità velica internazionale. Tornando ai numeri, la nazione maggiormente rappresentata è ovviamente la Nuova Zelanda, con 14 velisti, seguita dalla Spagna con 13, dall’Inghilterra con 10 e da Australia e Svezia con 7. L’Olanda ne ha 6, l’Irlanda 5, Stati Uniti e Sud Africa 4, Brasile 3 (
Torben Grael al comando dell´ Ericsson Racing Team 1, una squadra internazionale e altre due brasiliani: Carabelli e Signorini) e Francia, Argentina, Norvegia e Danimarca 2. Restano infine a 1 Belgio, Germania, Finlandia, Austria, Cina, Ucraina e Italia, rappresentata da Gabriele Olivo, imbarcato su Telefonica

Blue come media crew.

Sono 8 barche (barca a vela) di 70 piedi presenti in questa bellissima sfida che è partita a ottobre 2008 per una regata attorno al mondo con delle fermate in Asia, Africa, Sud America (Rio de Janeiro), America del Nord ed Europa.
L´arrivo sarà a giugno 2009 a San Petersburgo, in Russia.
Il più grande sfidante di questa regata sarà il percorso. Nel ultima edizione sono stati 30 mila miglia nautiche, percorse, circa 56 mila Km, ma l´organizzazione dell´evento promette 37 mila miglia nautiche per 2008/ 2009, vuole dire, quasi 69 mila km.
Per avere un´idea di questa dimensione, un giro del mondo tra la linea del Equatore conta 40.070 Km.
La VOLVO OCEAN RACE, inizialmente conosciuta come “Whitbread Round the World Race”, è la regata in barca a vela la più antica al Mondo. VOLVO OCEAN RACE, oppure VOR per gli intimi, è una sfida tra 8 barche (adesso ne sono 7, una ha rinunciato) che navigano tra i 4 oceani, 5 continenti in una gara con una durata di nove mesi. Realizzata ogni quattro anni, questa competizione per titani, porta la vita di questi equipaggi a una sfida estrema.


INSIEME PER L’ABRUZZO

Non c’è veramente pace per gli abruzzesi e tutti noi fremiamo ancora per loro.

Paura e freddo tormentano le persone che, dal 6 aprile vivono nelle tendopoli. La terra continua a tremare: due scosse del 4 grado sono state registrate ieri pomeriggio e in serata, mentre stamani un nuovo sisma di magnitudo 2,5 è stato avvertito dalla popolazione. Il maltempo, che aveva concesso solo una brevissima pausa durante il Consiglio dei ministri, svoltosi ieri presso la scuola della Guardia di Finanza, è tornato a creare ulteriori disagi. La temperatura minima è stata di 2 gradi e la pioggia è caduta per l’intero pomeriggio.
SEMBRA CHE UNA SCOSSA DEL 4° GRADO RICHTER SIA AVVENUTA ALLE 23:57 DI IERI GIOVEDI’ 23.

L’epicentro è stato individuato a Sud de L’Aquila nel territorio di Velino-Sirente ad una profondità di 9,9 km.
I comuni interessati sono Fagnano Alto, Fossa, Poggio Picenze, Ricca di Cambio, Rocca di Mezzo, San Demetrio ne’ vestini, Sant’Eusanio Forconese, Villa sant’Angelo.Non si segnalano danni a persone e cose.
L’ Italia e il mondo si stanno prodigando con iniziative, concerti, orchestre, eventi sociali, in favore della popolazione d’Abruzzo. A Napoli, la settimana scorsa è stato realizzato un concerto “Un abbraccio per l’Abruzzo”  con i “big” della canzone italiana, alcuni di essi, napoletani: Pepino di Capri, Tony Esposito……..

A Milano, il 21 maggio scorso, un altro concerto presso la Chiesa San Marco con un tributo in memoria di Luciano Pavarotti, l'ultimo indimenticato mito della lirica italiana. Erano presenti membri della Famiglia Pavarotti e esponenti delle istituzioni milanesi.
Il ricavato al netto dei costi sarà devoluto per il restauro del convento cappuccino di Santa Chiara a L'Aquila, andato distrutto nel recente terremoto, e a sostegno della popolazione dell'Abruzzo. Offrendo un tetto anche provvisorio ai frati, si garantirà la loro presenza sul territorio, e la prosecuzione della loro opera caritativa, in questo momento, particolarmente necessaria.


CALCIO: Premio Gentleman ai calciatori che si sono distinti per la loro eleganza e fair play dentro e  fuori dal campo.

Si è conclusa in tarda serata, presso l'Hotel Marriott di Milano, la XIV^ edizione del "Premio San Siro Gentleman", tradizionale appuntamento milanese nel quale vengono premiati i giocatori di Inter e Milan che si sono distinti per la loro eleganza e fair play dentro e fuori dal campo. Come in tutte le precedenti edizioni tanti i calciatori che hanno partecipato e che hanno ricevuto una serie di premi speciali e di riconoscimenti ad honorem durante l'evento presentato da Ilaria D'Amico e Massimo Caputi.


Non potendo essere presenti all'evento serale se non con un videomessaggio di ringraziamento, in mattinata, Javier Zanetti ed Esteban Cambiasso, avevano già ricevuto il premio gentleman presso il centro sportivo 'Angelo Moratti' di Appiano Gentile. Il capitano nerazzurro ha vinto il "Premio Calciatore Gentleman Nazionale ", mentre al Cuchu è stato consegnato il "Premio Gentleman 2009 Fc Internazionale". In serata, invece, sono stati premiati direttamente sul palco, i nerazzurri Maicon, Santon e Baresi.

La signora Bedy Moratti ha consegnato al terzino brasiliano il "Premio Gentleman per il miglior goal Inter", eletto tale dai tifosi nerazzurri abbonati a Inter Channel che hanno scelto la rete realizzata dal brasiliano in Torino-Inter del 21 settembre 2008.

Ronaldinho, Kakà, Cambiasso e Zanetti hanno vinto la 14/a edizione del Premio San Siro Gentleman, il riconoscimento dedicato alla lealtà sportiva nel calcio professionistico, assegnato ogni anno ad un giocatore dell'Inter e a uno del Milan. Ronaldinho verrà premiato con il Gentleman Milan, Esteban Cambiasso con il Gentleman Inter, Javier Zanetti con il Gentleman Nazionale e Ricardo Kakà con il Gentleman Europeo.

Davide Santon è stato premiato come "Miglior rivelazione 2008/09", mentre Giuseppe Baresi ha ricevuto, dalle mani del team manager, Andrea Butti, il "Premio Gentleman alla Carriera".

La manifestazione, come da tradizione, ha devoluto parte del ricavato in beneficenza. È stata la Fondazione Vida a Pititinga Onlus sostenuta da Enrico Bertolino, l'associazione che usufruirà dei fondi raccolti.

Il libro bianco e la politica di comunicazione nel diritto comunitario  (Di DIMITRIS LIAKOPOULOS)


Il Piano D e il Piano d’azione citati sono strettamente collegati al Libro bianco che la Commissione ha proposto a febbraio 2006 in merito ad una politica europea di comunicazione. Come già sottolineato, il Piano D ha principalmente lo scopo di coinvolgere i cittadini dell’UE in un dibattito ad ampio raggio sull’Unione Europea (quali sono le sue funzioni, quali dovrebbero essere le scelte future e come l’UE dovrebbe comportarsi). Il Libro bianco ha una portata più limitata: non si tratta di chiedere ai cittadini le loro idee sull’Unione ma su come far si che vi sia una migliore comunicazione fra i cittadini stessi e i responsabili delle politiche dell’Unione. Il Libro bianco ha del resto una portata più ampia del Piano d’azione, in quanto non si limita ad indicare i cambiamenti e le azioni che avverranno in seno alla Commissione, ma pone interrogativi di come i governi nazionali e le organizzazioni della società civile negli Stati membri possono collaborare tra loro e con le istituzioni europee ai fini della comunicazione.
Il Libro bianco è stato elaborato nel difficile contesto seguito alla bocciatura in Francia e nei Paesi Bassi del Trattato costituzionale europeo106, che ha fatto riemergere con forza la problematica legata al senso di estraniamento dalla realtà europea avvertito dai cittadini dell’Unione. Con questo documento sulla comunicazione si mostra l’intenzione di avviare una nuova fase nella gestione del gap tra istituzioni europee e cittadini. Il Libro bianco si presenta come una denuncia di lacune e vuoti e allo stesso tempo come individuazione di tappe e responsabilità che dovranno caratterizzare il programma di lavoro in campo comunicativo. L’aspetto più rilevante è la volontà di mettere la comunicazione al centro del processo di ampliamento degli spazi della democrazia, come strumento capace di «ridurre le distanze». Si è cercato pertanto di far confluire in un unico testo principi, valori, proposte e strategie che dovrebbero fungere da «istruzioni per l’uso» per tutti coloro che sono e saranno coinvolti nella costruzione di un’identità europea. Il documento vorrebbe dunque non essere una semplice dichiarazione d’intenti fine a se stessa: perché possa funzionare come base di discussione e soprattutto come progetto di lavoro è indispensabile che i singoli Stati membri lo inseriscano nell’agenda delle loro discussioni e proposte politiche per permettere di realizzare concretamente un piano europeo di comunicazione.
Si vuol dare così inizio ad una nuova fase nella vita dell’Unione europea, più attenta alla valorizzazione dei cittadini e degli ambiti locali e più consapevole, rispetto al passato, della necessità di dare un volto all’Europa.
Non più, dunque, solo diritto passivo all’informazione ma capacità di attivare meccanismi bidirezionali; interessanti a questo proposito sono state le parole con cui il Commissario europeo alla comunicazione Margot Wallström ha presentato il documento, sottolineando come «la comunicazione è innanzitutto e soprattutto una questione di democrazia. Comunicazione non solo come informazione ma come cultura del dialogo e della partecipazione, strumento per ascoltare e dare voce ai cittadini».
La Commissione propone un nuovo approccio: il passaggio da un «monotono monologo» ad un autentico ed effettivo dialogo tra le istituzioni e i cittadini. Finora, infatti, l’informazione fornita da Bruxelles ha «sperato» in una possibile utenza, mentre la svolta dovrà essere ora rappresentata dall’assicurarsi che il messaggio arrivi a destinazione e che produca un feedback. È importante che il Libro sia però considerato un punto di partenza, da cui dovrà poi scaturire una strutturazione della comunicazione che renda operativi gli obiettivi auspicati nel documento.
Il Libro bianco su una politica di comunicazione non è stato preceduto, come spesso accade, da un processo di consultazione promosso da un libro verde. Questo perché è lo stesso Libro bianco ad avviare il processo di consultazione e a proporre idee per passare all’azione. La Commissione consulta già un’ampia gamma di categorie interessate nel momento in cui esercita i suoi poteri di iniziativa legislativa, allo stesso modo in cui, come si è visto, esamina i sondaggi europei di opinione (Eurobarometri) e chiede regolarmente pareri sia al Comitato economico e sociale europeo (CESE), che rappresenta datori di lavoro, sindacati, agricoltori, consumatori e altre organizzazioni della società civile, sia al Comitato delle Regioni, che rappresenta le autorità regionali e locali di tutti i paesi dell’Unione.
Tuttavia, questa operazione di consultazione aspira ad ingrandirsi, coinvolgendo maggiormente i singoli cittadini per renderli soggetti attivi del processo decisionale e andando così implicitamente a rafforzare la legittimità democratica stessa dell’Unione.
Passando all’analisi del documento, nell’introduzione si ribadisce la «grande distanza fra l’Unione Europea e i suoi cittadini», che emerge dai dati dei vari Eurobarometri, i quali confermano la scarsa conoscenza che i cittadini hanno dell’Unione e la loro sensazionedi avere poca influenza sui processi decisionali europei. È convinzione della Commissione che «la democrazia può prosperare solo se i cittadini sanno cosa sta succedendo e possono parteciparvi attivamente».
Dopo aver sottolineato la correlazione fra il Libro bianco e il Piano D e il Piano d’azione, si rimarca la necessità di un approccio basato sulla cooperazione, che coinvolga non solo le istituzioni europee, ma anche le autorità nazionali, regionali e locali negli Stati membri, i partiti politici europei e la società civile.
Il documento sulla politica di comunicazione si divide poi in due parti. Nella prima si espone il parere della Commissione su come dovrebbe strutturarsi la politica di comunicazione dell’UE e gli obiettivi che dovrebbe prefiggersi. Innanzitutto, si afferma la volontà di rendere la comunicazione una politica a pieno titolo, secondo un approccio fondamentalmente nuovo, che vede il passaggio da una comunicazione a senso unico, basata sulle istituzioni, ad un dialogo consolidato, decentrato e costruito intorno ai cittadini. Per questo, i meccanismi di consultazione non dovrebbero riguardare solo specifiche iniziative politiche e
i canali attraverso cui permettere ai cittadini di partecipare al dibattito politico non dovrebbero essere così limitati e inaccessibili.
La Commissione tira inoltre in ballo la sfera pubblica europea, da costituire all’interno e a completamento delle varie sfere pubbliche nazionali, invitando i mass media ad affrontare temi di interesse comune in modo da creare un vero dibattito europeo che possa consolidare il posto dell’Unione nell’opinione pubblica.
La seconda parte del documento, concentrata sugli obiettivi, definisce cinque settori di azioni da realizzare in cooperazione con gli Stati membri e la società civile. Il primo settore riguarda la definizione di principi comuni che possano fungere da fondamento nelle varie pratiche di comunicazione. Oltre al diritto all’informazione e alla libertà di espressione, a cui si fa riferimento in particolare nella Carta europea dei diritti fondamentali, ci sono altri importanti principi su cui dovrebbe basarsi una solida politica di comunicazione, ovvero l’inclusione, intesa come diritto di accesso, nella propria lingua, alle informazioni sull’Unione, attraverso una rete estesa ed accessibile di canali; la diversità, come rispetto e valorizzazione, nel processo di comunicazione, di tutte le varie opinioni politiche espresse da individui appartenenti a contesti fra loro socialmente e culturalmente eterogenei; la partecipazione, intesa come diritto di esprimere le proprie idee e di essere ascoltati.

Il secondo settore d’azione prevede il rafforzamento del coinvolgimento dei cittadini tramite la strutturazione di canali di
comunicazione, che diano al maggior numero possibile di persone l’accesso all’informazione e l’opportunità di far ascoltare la propria voce. In particolare, la Commissione punta a migliorare l’educazione civica, che essa intende non solo come insegnamento nelle scuole della disciplina che possa spiegare cos’è l’Unione Europea, ma come possibilità per tutti i cittadini di imparare ad usare Internet per poter accedere ad informazioni sulla politica pubblica e poter partecipare ai forum on-line. Ciò è particolarmente importante per le minoranze, i disabili e tutte le categorie di persone che altrimenti rischierebbero di essere escluse dalla partecipazione alla sfera pubblica europea. Questo compito è affidato prioritariamente agli Stati membri, ai quali è richiesto, in questo specifico campo, un grande sforzo di collaborazione. Ai mezzi di comunicazione nazionali, coinvolti nel terzo settore d’intervento, viene esplicitamente richiesto di inserire nella loro agenda d’informazione le tematiche europee, ponendo fine alla «limitata e frammentaria copertura dei temi europei da parte dei media», puntando in particolare sul mezzo televisivo per riuscire a «dare un volto all’Europa». Anche in questo caso è richiesto l’intervento degli organi nazionali, i quali dovrebbero ad esempio collaborare in modo assiduo con le emittenti radio-televisive fornendo loro informazioni attuali riguardanti l’Unione Europea. Questa sezione si rivela essere, come le altre, una programmatica dichiarazione d’intenti, che dovrà essere supportata, in un futuro prossimo, da azioni concrete da concertare con tutti i soggetti coinvolti.
Il quarto settore si occupa della comprensione dell’opinione pubblica europea, con specifico riferimento allo strumento Eurobarometro, del quale si vorrebbe migliorare la qualità delle metodologie per far fronte alla necessità di comprendere più a fondo le tendenze dell’opinione pubblica europea.
L’ultimo punto, conclusivo della sezione dedicata alle azioni da intraprendere, ribadisce nuovamente il concetto di cooperazione e con esso l’impossibilità di portare a termine qualsiasi progetto a livello europeo senza la piena adesione di tutte le principali parti interessate.
Si tratta innanzitutto degli Stati membri, a cui si chiede un rinnovato impegno, in termini materiali e finanziari, per incoraggiare
attivamente l’auspicato dibattito pubblico. Le stesse istituzioni europee dovranno abituarsi a lavorare in parallelo per migliorare la comunicazione, adottando un’ottica decentralizzata che valorizzi le dimensioni locali e regionali considerate le più «vicine» ai cittadini.
I partiti politici dovranno rafforzare la loro presenza a livello europeo per essere un canale fra l’Unione e i cittadini, e così dovrà fare la società civile organizzata, comprese le organizzazioni settoriali e quelle professionali.
Questi cinque settori d’azione puntualmente definiti sono oggetto di una consultazione (a cui si può partecipare online o a mezzo postale) che ha avuto inizio il 1° febbraio 2006 e che terminerà il 31 luglio 2006. Consultazione aperta a tutti i soggetti coinvolti, come visto sopra, nella «sfida comunicativa» di cui la Commissione si fa promotrice, onde poter procedere alla messa a punto, tramite la sintesi delle risposte ottenute, di piani d’azione per ciascun settore.
Parallelamente alle attività di comunicazione istituzionale riguardanti l’Unione Europea specificamente gestite dalla Commissione e dal Parlamento europeo nasce la Federazione Europea delle Associazioni di Comunicazione Pubblica, siglata con la sottoscrizione di un protocollo di cooperazione il 5 novembre 2004 in occasione della undicesima edizione del Salone Europeo della Comunicazione Pubblica COM-PA di Bologna. Interlocutore privilegiato delle istituzioni europee, la federazione favorisce gli scambi tra le Associazioni nazionali di comunicazione pubblica in materia di esperienze professionali, know how, programmi d’azione, deontologia di comportamenti e etica del servizio pubblico, con l’intento di federare tutte le associazioni affini in seno all’Unione per affermare la cultura della comunicazione pubblica in Europa e valorizzarne le professioni. La «Carta di Bologna», istitutiva della Federazione, è stata inizialmente sottoscritta solo da quattro associazioni nazionali, ovvero l’Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale, la «Communication Publique» francese, la DIRCOM spagnola e la «Communication Publique» Wallonie-Bruxelles del Belgio francofono; successivamente, con un primo emendamento della Carta (Bruxelles, 7 luglio 2005), si è realizzata l’adesione di due nuove associazioni: la Kortom
(Belgio fiammingo) e la Local Government Communication Association (Gran Bretagna). In occasione del COM-PA 2005, due nuove associazioni hanno sottoscritto la Carta: la National Dutch Association for Government Communication dei Paesi Bassi e il Chartered Institute for Public Relations del Regno Unito.
Lo scopo è fondamentalmente quello di coinvolgere a livello europeo più realtà possibili per realizzare la definizione comune di
iniziative e programmi finalizzati alla diffusione di una nuova e moderna cultura della comunicazione nelle istituzioni europee, oltre che in quelle nazionali e locali.
L’esperienza della Feacp dimostra quanto in tutti i settori come in quello della comunicazione pubblica ci si debba ormai confrontare a livello europeo e non più solo nazionale; confronti e scambi sulla disciplina permetteranno infatti di avere una visione d’insieme sugli obiettivi da perseguire per rafforzare la comunicazione sui processi d’integrazione europea. La Federazione si propone quindi di offrire supporto strategico in materia di comunicazione nei riguardi sia del Parlamento europeo che della Commissione, in stretta collaborazione con le Rappresentanze e Delegazioni nazionali di ciascuna.
Il Presidente della Federazione, Pierre Zémor, di concerto con le associazioni aderenti, ha presentato il 4 novembre 2005 una lettera aperta alle istituzioni europee concernente un’analisi sulle politiche di comunicazione dell’Unione e una proposta di contributo alle istanze comunitarie per colmare il divario tra istituzioni e cittadini.
Zémor, commentando l’operato delle istituzioni europee, sottolinea come «la Commissione cerca di porre in essere dei piani d’azione per una migliore comunicazione in Europa. I risultati sono ancora insufficienti, malgrado le intenzioni siano buone e si ricongiungano agli sforzi del Parlamento europeo o delle sue delegazioni negli Stati membri […] non si tratta di educare all’Europa dei cittadini che necessitano di informazioni, ma di farli partecipare e dialogare in Europa».
Nella lettera i mass media vengono accusati di avere la loro parte di responsabilità per ciò che riguarda il deficit d’informazione, «nel momento in cui applicano delle mere logiche di quantità di lettori o di share, considerando di sovente che, dato lo scarso interesse del pubblico e essendo l’offerta insufficiente, l’Europa non è uno spettacolo e non fa vendere».
La Feacp propone che le istituzioni europee si affidino in modo permanente ai comunicatori pubblici dei vari Stati membri, i quali, tramite le loro reti, possono essere in grado di percepire motivazioni ed orientamenti dei cittadini, permettendo di rendere la comunicazione più diretta e adattata alle preoccupazioni dei suoi utilizzatori. «Senza un dibattito pubblico, non c’è una cittadinanza europea», e proprio per questo motivo il Presidente Zémor auspica che le istituzioni europee considerino la Federazione come uno degli attori chiave delle loro strategie di comunicazione per poter partecipare in prima persona ad una strategia globale dell’informazione e della comunicazione, privilegiando la vicinanza geografica così come la conoscenza delle preoccupazioni dei cittadini.
In conclusione possiamo dire che nonostante gli sforzi che l’Unione Europea e le sue istituzioni hanno compiuto negli anni per riuscire a coinvolgere i cittadini europei e a radicare in loro il «sentimento» dell’appartenenza, l’Europa degli attuali 27 Stati membri non può, per il momento, considerarsi Europa dei cittadini.
La cooperazione fra le parti coinvolte nella costruzione di un’identità europea (istituzioni europee, Stati membri, autorità regionali e locali, partiti politici, società civile organizzata) non si è rivelata sino ad ora sufficientemente efficace da permettere agli eurocittadini di sentirsi parte integrante di quest’unica entità sovranazionale.
Manca una dimestichezza quotidiana con le tematiche europee e i principali accadimenti nelle sedi comunitarie, addebitale soprattutto, come più volte sottolineato nel presente lavoro, alla scarsa attenzione che i mass media dedicano a tali questioni. Le popolazioni europee non vengono giornalmente a contatto con ciò che li riguarda a livello europeo, ma solo con problematiche afferenti all’ambito nazionale. A nulla vale insistere sulla nascita di una sfera pubblica europea se nel «comune sentire» dei circa 500 milioni di individui che creano la compagine dell’Unione manca il costante contatto con la dimensione europea.
I documenti elaborati e le azioni intraprese, in particolare dalla Commissione europea, in materia di informazione e di comunicazione non hanno avuto un’incisività tale da creare attorno all’Unione Europea quel consenso, interesse ed adesione che renderebbero effettivo il processo d’integrazione europea, in particolare a causa della ripetitività delle strategie proposte in campo comunicativo o, come nel caso del Libro bianco sulla politica europea di comunicazione, a causa del rischio di ridurre i documenti ad una pura dichiarazione d’intenti se non seguiti nell’immediato da azioni specifiche e concrete. Quello della comunicazione è in fondo un settore a cui solo recentemente si sta cercando di attribuire una valenza strategica e funzionale alla realizzazione degli obiettivi e del successo stesso degli ambienti istituzionali ed anche aziendali più disparati. E per convincere del ruolo che nel caso specifico la comunicazione dovrà assumere per accelerare e migliorare il processo d’integrazione a livello europeo, la Commissione dovrà proporre documenti dotati di una specifica incisività e concretezza.
È sicuramente lodevole il tentativo di considerare la comunicazione non un semplice «strumento» ma un’attività, con tanto di scelte strategiche e strutture ad hoc, che mira a valorizzare il ruolo dei cittadini, a dare importanza alla conoscenza che essi devono avere del funzionamento e delle politiche dell’Unione e a considerare fondamentale il feedback che da essi deve provenire sottoforma di consultazioni, pareri, proposte, ecc.
A questo riguardo un aspetto che dall’analisi svolta appare centrale è riuscire a dotare la comunicazione di una specifica competenza fra i settori di cui l’Unione si occupa, assegnandole lo status di politica.
Ma per quanto la Commissione, il Parlamento europeo, le Direzioni generali coinvolte e le Rappresentanze negli Stati membri si siano fino ad ora impegnate a dotare la comunicazione di una «anima politica», i risultati ottenuti in termini di decentramento delle strutture preposte al ruolo di «diffusori» di informazioni, così come di impatto e di pervasività delle attività comunicative, non possono considerarsi raggiunti a livelli tali da poter definire il demos europeo sufficientemente «educato all’Europa» e consapevole del pieno significato della sua appartenenza all’Unione.
L’impegno richiesto agli Stati membri è comprensibile a fronte della vastità del territorio e dell’elevato numero di individui da
raggiungere, soprattutto se si pensa a tutte quelle realtà che rischiano di essere lasciate da parte, come le zone rurali e i gruppi di minoranze etniche, e che in qualche modo hanno bisogno di un contatto ravvicinato. Ma la Commissione non deve attendersi una risposta immediata ed esauriente dei governi nazionali in questo specifico settore, a causa del più volte citato interesse a difendere settori prioritariamente nazionali.
Prima ancora che i cittadini, la Commissione dovrà riuscire a rendere partecipi gli Stati membri, convincendoli di farsi carico di
diffondere «l’Europa» e di aggiornare costantemente le rispettive popolazioni su quelli che sono i principali avvenimenti comunitari.
Ogni Stato del resto conosce la propria società, il modo più efficace con cui raggiungere i cittadini e i mezzi da poter sfruttare.
L’Unione potrebbe sicuramente trarre vantaggi a questo riguardo dalla creazione, in collaborazione con i Paesi membri ed in
particolare con le autorità regionali, di un canale televisivo europeo, che trasmetta in tutti i Paesi membri – o aspiranti membri – notizie in tutte le lingue ufficiali, considerando che la TV è tuttora il mezzo di informazione privilegiato dalle popolazioni europee. Si tratterebbe di un investimento ingente, in termini di risorse e di personale, ma che offrirebbe la concreta possibilità di raggiungere la quasi totalità dei cittadini europei proponendo con un linguaggio accessibile e privo di eccessivi tecnicismi una visione unitaria e aggiornata della situazione dell’Unione e delle sue politiche. Anche la radio potrebbe divenire utile strumento di diffusione d’informazioni su tematiche europee, data la sua intramontabile presenza nei luoghi più disparati.
Si devono rendere le informazioni sull’UE agevolmente reperibili, considerando che il cittadino non farà, come non ha fatto finora, lo sforzo di avvicinarsi all’UE se non per esigenze specifiche.
Un’ulteriore lacuna rimane quella del deficit linguistico, per il quale una soluzione efficace potrebbe essere la diffusione, in termini di conoscenza, di una lingua unica «europea» da affiancare alle varie lingue nazionali, e che data la sua attuale espansione potrebbe facilmente essere l’inglese, da insegnare sin dai primi anni di scuola come seconda «prima» lingua (come già accade in Paesi quali la Danimarca, la Norvegia, la Svezia o i Paesi Bassi), per rendere i cittadini europei in grado di comunicare agevolmente tra di loro evitando situazioni di vantaggio per quelle nazioni in cui le lingue di lavoro dell’Unione sono al momento anche le lingue ufficiali.
Se le premesse per la creazione di un dibattito transfrontaliero non verranno disattese, bisognerà approfittare di tematiche e
accadimenti che stanno a cuore ai cittadini e sui quali riuscire a coinvolgerli. Uno di questi potrebbe essere l’allargamento
dell’Unione. Ci si riferisce in particolare alla richiesta di far parte della compagine comunitaria avanzata dalla Turchia, che
diventerebbe il primo paese con maggioranza di popolazione musulmana a far parte dell’UE, e il cui ingresso è suscettibile di creare non pochi timori. Una consultazione dei cittadini europei di fronte alla prospettiva di un’adesione che rischia di rivelarsi
destabilizzante, in particolare per le differenze culturali e religiose che si verrebbero a trovare sotto un unico «dominio», potrebbe essere un’occasione di partecipazione attiva dei cittadini per impedire che essi si sentano imporre decisioni «dall’alto».
Probabilmente il grosso limite da superare resta il fatto che le attività europee di comunicazione non sono per ora disciplinate da fonti normative vincolanti. Forse solo il riconoscimento nei Trattati di una nuova, vera e propria «politica» potrebbe rendere la comunicazione uno strumento capace di incidere profondamente sulla riorganizzazione dell’assetto istituzionale europeo nelle sue relazioni con i cittadini.

È in questo senso che la comunicazione deve considerarsi concetto inscindibile da quelli di integrazione e legittimità democratica, missione a cui dare priorità, strumento e funzione di cui l’Unione Europea dovrà affinare le potenzialità e strutturare la gestione.


Violenza

 

 A cura di Carmelo Calabrò

 La  nostra civiltà contemporanea sembra caratterizzata, tra le  tante contraddizioni che la rodono al suo interno, dall'inquietante  e impressionante fenomeno  della violenza.

Tutti i giorni la televisione e i giornali ci forniscono  notizie  relative a ripetuti episodi  di violenza, intolleranza, aggressività  e sopraffazione.

 E’ triste ammetterlo, ma l’umanità si è assuefatta  alla violenza e non riesce a liberarsi   da questa dipendenza che induce una vergognosa e profonda  apatia.

 Questa pulsione di violenza,  fa parte  di ogni cultura e, cosa ancora peggiore,  fa parte della nostra specie e  ha un ruolo diverso nelle varie parti del mondo. Affonda le sue  radici in ere remote, comincia con il primo omicidio dell’uomo, quello di Abele (biblica)  e da qui  con un retaggio  continua  da allora ad oggi, purtroppo  a storicizzare e a dilagare  anche nei nostri giorni.

 Due delle più grandi menti della storia contemporanea, Albert Einstein e Sigmund Freud, analizzarono il tema della violenza umana. I lavori psicoanalitici  sull’argomento andarono oltre. In alcune lettere gli autori si interrogano  sull’irruzione della violenza  umana  indagando sulla differenza tra il trauma da essa provocato  e quello specificamente descritto dalla psicoanalisi.. Viviamo in un era moderna, ma abbiamo una mente da età della pietra.

 Oggi le immagini e le notizie  imbevute  drammaticamente di violenza corrono per il mondo sulle ali dei mass-media,  tenendo dietro a quel costante processo tipico,  movimento  del nostro tempo, che  certi analisti  definiscono  dell'accellerazione della storia. E’ cambiato il modo, non certo il fenomeno.

 Questi rilevatori, la genetica  e l’analisi antropologica, hanno acceso negli ultimi anni un dibattito interessante e in questa prospettiva  hanno proposto  entrambi con  fatti “oggettivi”  una cronologia  di cambiamenti  culturali e di modelli di comportamento sociale  che spiegano in effetti, lo scatenarsi della violenza con  un impatto, con condizioni storiche  e  nelle forme  di una operatività (che non erano registrate in passato) più  spietata nelle linee aggressive.

 Sotto un’altra luce, non  bisogna sottovalutare, a livello nazionale  e internazionale, la spaccatura del pianeta in blocchi contrapposti, schieramenti mondiali inquieti, con una contrapposizione frontale di ideologie e di sistemi politici,  avvenimenti chiave, che mai  nella storia avevano  aperto solchi così profondi, nell'umanità. Le une  hanno alimentato lo scontro delle altre, infiammate dalla paura, allargando sempre di più i solchi  e anche due modi di pensare e di essere. Una ritualizzazione della violenza.

 Ci si domanda sovente, se a fronte di una realtà così,  sia possibile o no, servirsi della violenza nel mondo,  per misurarsi e per prevalere  o comunque abbia ragione chi crede nel dialogo.

 In realtà nessuno che faccia retto uso della ragione potrà accettare e giustificare in linea  di principio la violenza, perchè essa è l’espressione più visibile  della follia  della nostra società, un fenomeno negativo che  contraddice già in sé l’idea di ragione, sostituendovi  la forza brutale e la coercizione della libertà altrui, sia sul piano fisico sia sul piano psichico e morale.

 Accanto alla violenza fisica, e alla forza bruta,  c’è pure un tipo di violenza sopraffatrice senza spargimento di sangue e massacri, in grado di controllare altra forma di violenza. E’ il prodotto  di quell’inquietante  e misterioso  sottofondo  di violenza che  l’uomo esprime  con una sottile  trama di temperamenti  (una componente connaturata di colorazioni di  violenza   di sottofondo, dalle belle e gentili maniere verbali e mentali,  ma che comunque trova il suo culmine  a fare  solo del male)   che    massacrano  inevitabilmente e sconvolgono la dimensione psicologica e sociale dell’essere umano.

E’ chiaro che se  accettiamo queste premesse,  si deve innanzitutto appuntare e mettere in luce, non fosse che per amore  della discussione, che  naturalmente c’è violenza quando si oltrepassa un limite che non deve essere oltrepassato e lacerato.

  In fondo a questa affermazione, pienamente centrata, si scontrano le diverse forme di  sottigliezza della violenza.  Le violenze, certo non sono tutte uguali: né per intensità, né per i risultati, né per intenzionalità, nè per le modalità.

La classificazione e le tipizzazioni  delle innumerevoli forme di violenze e gli esempi  sono molteplici,   ma tutti  risuonano come una campana a martello,   e sono sequenze  riconducibili profondamente  alla forma dell’intolleranza .

Certo, in ognuna di queste violenze, costruite artificialmente,  sono presenti altri aspetti, altre finalità. Intrecci che accompagnano  al tempo stesso il progetto  totale  o parziale per forgiare e  dare inizio alla violenza.

La violenza sottile può emergere  in forme diverse  con uno stratagemma di camuffamento  che se attuato perfettamente a volte non si percepisce al momento come tale. Di solito inizia e  non si rileva subito. Ecco qui di seguito una breve descrizione di  stati di assoggettamento di violenza sotterranea, solitamente considerati dalla psicopatologia  come tasselli di un puzzle scioccante e  allarmante  per la psiche umana.

E’ la violenza della “raccomandazione”, con il volto celato della “legalità”, strumento di dominio, che amputa e ignora chi aveva meritato veramente quel posto di lavoro o quell’ incarico, e tale  comportamento massacra il merito e l’impegno dell’uomo onesto.

E’ la violenza  di quel partito di regime che condanna a priori  chi è sprovvisto di quella tessera o ideale.

E’ la violenza del giudizio  scolastico,  quando questa giudica e valuta affrettatamente  nella spirale dei suoi meccanismi,  qualcuno  che è incompreso, socialmente emarginato, diverso per situazioni familiari o fisiche  o  a volte per  legami di simpatia o di  amicizia. 

 E’ la violenza chi etichetta con stagnazione e barriere  e censura le idee altrui o  isola le  linee e schieramenti  nuovi ed   elimina tutto  quanto non si allinea.

E’ violenza chi  è rigido e inflessibile  e per  nulla è disposto a discutere idee diverse dalle sue e di essere vincitore in ogni disputa  o di essere considerato nel giusto.

 E’ la violenza di chi scrive sulla carta stampata o legge e divulga e manipola notizie senza certezza e attendibilità e così distrugge spicologicamente la dignità umana. 

 E’ la violenza, dominio psicologico chi tenta di imporsi con  molestie, intimidiazioni e vessazioni sul lavoro; mobilizzazione di violenza che turba, umilia e devasta l’equilibrio e la logica  personale delle proprie vittime.

E’ violenza, di basso livello, l’insensibilità  drammatica, nei confonti degli handicappati, dei fragili, dei malati di mente, di un disabile fisico.

E’ violenza  ripugnante e potenziale di tipo etnico che si fonda  drasticamente sull’intolleranza del   colore della pelle come segno di tangibile  diversità.

Nulla di fatalistico. Vi sono naturalmente, tanti diversi tipi di  violenza  sotterranea e non  è  stato  facile, così sembra suggerire la letteratura scientifica -psicologia e socilogica , classificare e codificare le caratteristiche e  tutti i livelli toccati dalla “ sottile violenza di infiltrazione”, soprattutto quando i perpetratori della violenza hanno cercato  pervicacemente con il loro comportamento  e manovre  di nasconderla o minimizzarla agli studiosi.

Ma ritorniamo ora agli aspetti  più percepibili del  problema della violenza non dal punto di vista del singolo o di singoli gruppi, ma dal punto di vista  della violenza organizzata di gruppi di estremisti  fanatici e  terroristici.  Per esempio di fronte alle immagini diffuse, come  quello dell’attacco suicida alle Twin Towers dei terroristi dell’11 settembre, non si tratta di giustificare gesti che non rientrano nemmeno nella logica  rivoluzionaria classica, che ha sempre considerato puerile il ricorso all’attentato indiscriminato, quando a  sottolineare che esse si iscrivono nella  spirale della violenza, campagne di terrore, metodica distruzione e umiliazione  del tessuto sociale. Ancor di più, un quadro spietato, un volto  di violenza contro la specie umana, dove si accompagna  lo scenario immenso  con corteo di guerre, oppressioni, prevaricazioni, torture, uccisioni, senza alcun sussulto di rimorsi.

Nella coscienza comune di oggi, per quanto possa apparire ripetitivo, l’auspicio è uno solo:  se non si  estirpano   le radici e il germe della violenza, così profondamente abbardicata nella nostra  civiltà in crisi, non potremo., infatti, presumere di risolvere il problema oppure lo avremo risolto apparentemente.

Al termine, la cosa più spaventosa e  che mi fa rabbrividire e mi  rattrista  nell’anima,  che mentre ho scritto queste parole e mentre voi le leggerete, attorno a noi e in noi  vi sono sempre pronte nuvole celate di violenza quotidiana; e né la ricchezza e né la fama, ci proteggono  nella vita e nel lavoro dai pungoli temporaleschi  della violenza umana.

E’ proprio attorno  alle molte sfaccettature  del prisma della violenza, che desidero concentrare accurate riflessioni. Sia voi sia io dobbiamo operarci  con arguzia e intelligenza per riconoscere e identificare i  segnali della violenza e soprattutto  è necessario  agire  perché dappertutto nel mondo vengano rispettati nel senso più pieno i principi e i diritti fondamentali della persona dai quali dipende unicamente la crescita dell’essere in  una civiltà degna dell’uomo e nello splendore dello spirito umano.

Bibliografia.

Marcello Flores “Tutta la violenza di un secolo” Ed. Felrinelli 2005

Vittorino Andreoli “Violenza” Milano

Rajneesh O.“Filosofia della non violenza-Radice della felicità”. Dir.Ed.M Baraghini  Collana Euro  Febbraio 2005.

Gavin De Becker “ Il dono della paura” Sperling & kupfer eEditori- Milano ed..1997

Françoise Sironi “Persecutori e Vittime  strategie di Violenza”  Feltrinelli Ed. 2001.

Giandomenico Montanari ”L’agnello  e la scure” viaggio psicoantropologico alle radici” Ed.Franco Angeli 1998 Milano.



Avv. prof. Dimitris Liakopoulos-Università della Tuscia

…..Arte e diritto…..

 

Il diritto dei beni culturali nasce nel momento in cui un popolo divenuto Nazione per avere acquistato la consapevolezza delle propria identità. L’acquisto di una consapevolezza per l’arte affermava Giuseppe Mazzini: “la coscienza nazionale non si forma sui banchi si scuola” ma richiede travaglio e sofferenza.

La coscienza dell’identità francese inizia a essere acquisita attraverso un evento drammatico come la guerra dei cent’anni che travolse il paese per molti anni ed ebbe il suo momento critico quando Giovanna d’Arco libera Orlèans dagli inglesi e Carlo VII (il Vittorioso) da piccolo Re di Bourges viene solennemente incoronato Re di Francia a Reims. La coscienza dell’identità spagnola è legata alla reconquista contro gli arabi invasori e compiuta con la conquista di Granada nel 1492. Continuando con l’identità polacca che è legata alla sua matrice religiosa cattolica in opposizione all’ortodossia della Russia e ai barbari sarmatici. Per restare all’esempio francese, la prima percezione dell’esigenza di un potere centrale nazionale contrapposto alla frammentarietà delle strutture feudali: chascun baron est solverai en sa baronnie dice il Beumanoir nell’opera giuridica Les coutumes du Beauvaisis che risale a Charles le Victorieux, dunque al 1430. E per questo che nella storiografia alle scansioni meramente temporali si contrappongono quelle ideali o contestuali. Nei contesti storici prima descritti che viene avvertita la necessità di difendere le testimonianze e si afferma il diritto dei beni culturali, legato alla coesistenza di un interesse del dominus di poter fruire del bene culturale nella sua massima dilatazione economica e dell’interesse della collettività a fruire di quei beni che appartengono a privati ma che costituiscono nel medesimo tempo un testimonianza delle radici della cultura nazionale. L’imposizione e la gestione di questi “limiti” costituisce la tutela momento fondamentali del diritto dei beni culturali e che potrebbe definirsi come il complesso di difese accordate dall’ordinamento giuridico a cose o situazioni cui si attribuisca una valenza privilegiata in funzione di essere le stesse testimonianze delle radici nazionali.

I limiti che conseguono alla tutela saranno: a) di integrità dei beni, con il superamento ella facoltà del dominus di distruggere o comunque di abusare di quel che possiede; b) di radicamento al territorio, ossia divieto di esportazione ed c) di dominio eminente dello Stato, atti ablativi connessi all’affermata proprietà pubblica del sottosuolo al diritto di prelazione. Elementi che la nostra Costituzione sostiene sull’art. 9 che considera: “dovere fondamentale” della Repubblica la tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione e che nell’art. 42, par. 2 riconosce i limiti della proprietà privata: “allo scopo di assicurare la funzione sociale”. Il giurista attento pur cercando di restringerne l’area, in concreto entro le esigenze di un’effettiva tutela del patrimonio culturale che renda questa compatibile con l’esercizio di altri diritti costituzionalmente garantiti. Si domanda se siano compatibili con tale tutela alcuni loci comune (topoi) oggi diffusi, ossia: a) la nozione puramente inventariale del nostro patrimonio nonostante l’orientamento contrario secondo una concezione universalistica, tutto quello che si trova in Italia  non tutto ciò che costituisce documento della nostra cultura; b) l’embargo all’esportazione di beni che costituiscono documenti anche minimi della nostra cultura, con la conseguenza di un inammissibile e asfittico autarchismo; c) una logica sostanzialista che si sta affermando nell’interpretazione delle norme penali in materia di beni culturali e che si risolve in un disinvolto superamento di alcuni principi cardine del diritto penale, ossia: nullum crimen sine lege, nullum crimen sine culpa, nemo teneture se detegere, actore non probante reus absolvitur. Si parla di sostanzialismo nel senso in cui questo termine si contrappone alla concezione realistica del reato: quello fondato sul principio che il disvalore sostanziale del fatto concreto superi anche l’esigenza di una specifica incriminazione e questa sul rispetto assoluto dei valori costituzional-penalistici che permettono di assumere il bene giuridico tutelato come categoria ermeneutica non come categoria praeter legem.

L’evoluzione del nostro diritto dei beni culturale risale nel Granducato Mediceo di Toscana conduce deliberazioni datate 24 ottobre e 6 novembre 1602. Ma soprattutto a Roma nel 1820 con l’Editto di Bartolomeo Pacca, Vescovo di Frascati e Cardinale Camerlengo di Sacra Romana Chiesa che si specificano alcune linee fondamentali, come: a) il principio di catalogazione, l’Editto Pacca che prevede il patrimonio figurativo esistente nello Stato della Chiesta che debba essere oggetto di inventariazione, essendo questo il presupposto fondamentali della tutta; b) il divieto di esportazione: l’Editto Pacca che afferma il principio che i beni culturali debbano essere radicati al territorio di appartenenza e non possano essere esportati se non previo permesso del Cardinale e in finis, c) il principio della proprietà pubblica del sottosuolo archeologico, l’Editto Pacca afferma contro una tradizione romanistica millenaria quella relativa al tesoro affermata nell’art. 932 c.c. che i beni culturali rinvenuti nel sottosuolo siano di proprietà non del privato cui appartenga l’area bensì dello Stato. Nell’Editto Pacca vi sono, in nuce, tutti i principi dai quali si ispira la legislazione successiva in materia di beni culturali da ultimo il ben noto codice dei beni culturali e del paesaggio emanato con il d.lgs. 42/2004.

Per il principio di continuità degli ordinamenti giuridici (forma regiminis sublata, non mutatur ipsa civica) il subentro di un nuovo Stato non si traduce nell’ablazione generalizzata degli strumenti normativi precedentemente vigenti, che continuano a spiegare i loro effetti fino a una effettiva sostituzione. Una legislazione frammentaria, complessa e regionale è stata completata per prima volta solo nel 1909 con la legge 364, come legge Rosadi che ricalcava le linee fondamentali dell’Editto Pacca. È rimasta in vigore sino al 1939 che gli insigni giuristi Santi Romano e lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan hanno introdotto la legge 1089, tuttora recepita nel vigente codice dei beni culturali.

È oggi tramontato anche per effetto del pensiero espresso tra gli anni venti e quaranta del secondo scorso da Marc Bloch e Lucien Febvre sulla Rivista francese Les Annales, il concetto aristocratico di belle arti ed è stato sostituito al nuovo concetto di beni culturali che ingloba oltre ai prodotti delle arti figurative tradizionali anche qualsiasi ulteriore manifestazione avente valore di civiltà, dello spirito dei templi, il passaggio dal diritto delle antichità e belle arti al diritto dei beni culturali.

L’evoluzione dei beni culturali fa un percorso storico dalla Commissione Franceschini del 1967 che per prima volta propose la sostituzione al termine antichità e belle arti di quello beni culturali definendo questi ultimi come testimonianze materiali aventi valore di civiltà e arrivando al Codice dei beni e del paesaggio del 2004. Se gli artisti dadaisti o concettuali hanno dichiarato che tutto poteva divenire arte, nel momento stesso in cui l’artista ripensava alla cosa di uso comune e l’assumeva nel mondo dell’idea creativa (si pensi ai ready made), oggi si è portati a pensare che tutto è cultura, compresi i prodotti della tecnica riproposti in infiniti multipli. Un elemento qualificante di fronte all’onnivalenza della cultura è il tempo. La tutela dovrà trovare un limite, altrimenti l’amministrazione dei beni culturali dovrebbe se intromettere de omnibus come diceva il glossatore Odofredo a proposito dell’invadenza papale ratione peccati. Tale limite è il decorso del tempo, affermando che ogni oggetto di oltre cinquant’anni sia un bene culturale dilatarne la nozione oltre i limiti del ragionevole. E il diritto è noto, assume il criterio di ragionevolezza come un parametro fondamentali invalicabile. Oltre quello meramente temporale esiste anche il criterio di rappresentatività. Una testimonianza del divenire umano che abbia oltre cinquant’anni sarà suscettibile di tutela quando sia rappresentatività, ossia eventualmente inserita in un contesto assuma un valore significante per la sua rarità o per il suo valore documentario. Si delinea in tal modo n nuovo strumento per il giudizio di valore, rectius l’interrelazione tra cosa e ambiente, in buona sostanza quel che si definisce appunto come contesto. La cultura tende sempre più a identificarsi con un’attività creativa come la storia tende a identificarsi con una vicenda di popoli, ove sono inglobate le classi dominanti e le classi subalterne, si pensi a Madre coraggio e i suoi figli di Bertolt Brecht e gli Eroi di Tilly e Wallenstein. Però una cosa è significativa quando assume un valore documentario. Documento è testimonianza concretamente percepibile di un determinato fatto storico. Non è a esso connaturata l’idea della irripetibilità, dell’esclusività ma certamente inerisce a esso la sua rilevanza in ordine al thema probandum. Non possiamo anche accettare che tutto è cultura, come accennato Marcel Duchamp a Joseph Beys svincolando la culturalità alla stessa azione creativa per cui un qualsiasi oggetto di uso comune può divenire artistico solo che non è realizzato ma pensato come tale. E nessuno può negare che l’abito di mio nonno possa essere documento di come estiva un latifondista molisano, laureato in Medicina a Napoli nel 1894, ve ne è abbastanza per considerare il suo vestito una testimonianza avente valore di civiltà come recita l’art. 2/2 del Codice Urbani.

È necessario ripudiare il concetto di cultura materiale e tornare per rendere effettiva e soprattutto possibile la tutela a una nozione aristocratica di bene culturale. Davanti a tale problematiche si invita la Comunità europea che nonostante la vivacità della presenza francese largamente ispirata ai principi di cultura materiale ha fatto un’opzione per una sorta di aristocraticismo culturale che privilegia i differenti beni in rapporto al loro valore economico. La scelta può essere contestata e basti considerare un esempio: in opera mediocre e insignificante di un artista importante viene privilegiata rispetto all’opera di un petit maître culturalmente molto più significativa in quanto la prima non la seconda supera i limiti di valore normativamente previsti? Quale potrebbe essere l’alternativa? Meglio una soluzione ancorata a un parametro certo e oggettivo ancorchè discutibile sul piano ideale. E la soluzione scelta in sede comunitaria potrebbe e dovrebbe trovare attuazione anche in Italia almeno ai fini autorizzativi delle spedizioni all’interno dell’UE proprio in virtù di quella regola di uniformità che richiama addirittura un topos della nostra cultura giuridica: “aequitas est rerum convenientia, quae in paribus causis paria jura desiderat” usando qualche pensiero di Cicerone da Topica, 4, 23.

Fatte queste precisazioni in termini di cornice di riferimento in ordine alla disciplina normativa concreta si osserva che: a) tutte le cose prodotte dall’uomo che abbiano più di cinquant’anni e delle quali l’autore no sia più vivente sono sottoposte fino a quando non sia stata effettuata la verifica di un interesse particolare. Si tratta di un primo livello di interesse che si potrebbe qualificare come interesse semplice e che è sufficiente per applicare la tutela in caso di proprietà pubblica, non in caso di proprietà privata; b) la culturalità presuppone un interesse particolarmente importante che forma oggetto di provvedimento dichiarativo, al quale consegue l’attrazione del bene nel regime di tutela con gli effetti successivamente specificati; c) si aggiunge anche quella relativa alle collezioni o serie di oggetti a chiunque appartenenti che per tradizione fama e particolari caratteristiche ambientali rivestono come complesso un eccezionale interesse artistico o storico. Si tratta del più alto livello di tutela quella relativa al vincolo collettivo che rende inseparabili tutti i beni che ne costituiscono l’oggetto e mortificano sensibilmente il valore degli stessi.

Passando sulla nascita della storia dell’arte si suole far risale alle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari, la cui prima edizione è del 1550. Da allora la disciplina è andata prima pendendo coscienza di se stessa e poi dalla fine dell’Ottocento istituendosi come scienza, ammesso abbiano valore scientifico i dati automatici di scrittura, (dati morelliani) proposti proprio in quel torno di tempo da un pittore studioso che si chiamava Giovanni Morelli, poi divenuto per chiara fama Senatore del Regno, una sorta di autentica grafologia pittorica. La vocazione della storia dell’arte a istituirsi come scienza ha toccato in data recente l’apice con Federico Zeri. Si dice che l’opera di questi due dipinti, la filologia e un nome (1961, ried. Milano, 1995) dedicata all’individuazione del cosiddetto maestro delle Tavol Barberini costituisca un capolavoro insuperato di rigore filologico e dimostrativo. In base a nuove acquisizioni non il nome proposto dal grande storico dell’arte, Giovanni Angelo di Antonio da Camerino, ma il contemporaneo Fra Carnevale cui è stata dedicata una bellissima mostra a Milano intriso della medesima cultura del pittore originariamente proposto. In sintesi per opinioni spesso fondate più su intuizioni che su regole nazionali: ricerca appunto, perché la storia dell’arte non arriverà mai a ipotesi conclusive chè diversamente non vi sarebbe più nulla da dire ma solo da attendere la morte. Questo aspetto problematico della storia dell’arte sfugge a quei pubblici accusatori che ritengono di poter fondare una nuova scienza: il massimario della storia dell’arte, ove per ogni autore si arrivi a un’ipotesi fissa e invariabile, come per le massime consolidate di giurisprudenza. Cercare di sostituire alla dialettica interna alla comunità scientifica una verità eteronoma che venga dai giudici significa diciamolo senza mezzi termini, uccidere la storia dell’arte, con esisti ancora peggiore di quelli espressi dalla Cultura di Stato di Zdanov e di Göbbels che non erano mai arrivati a ipotizzare uno storia dell’arte i cui risultati fossero oggettivi e sicuri. A parte l’assenza di parametri di riferimento a utilizzare per affermare questo giudizio storico, positivo o negativo che sia manca l’interesse ad agire, dal momento che le opinioni espresse più o meno manifestamente sono assolutamente libere e incoercibili.

Diceva un vecchio illustre storico del diritto, Nino Tamassia che: “il diritto nasce vecchio”. Infatti il legislatore si limita a recepire dei dati elaborati a monte dal costume e il suo intervento costituisce sovente l’espressione di una vera e propria necessità. Ma proprio questo libero dibattito secondo l’opinione dello scrivente che non dovrebbe e non potrebbe consentire lo spazio a una sentenza del giudice per la contraddizione che non consente. Il diritto di agire in giudizio per sentir affermare l’irragionevolezza di un’opinione è intrinsecamente contraddittorio e giuridicamente inammissibile. Il fenomeno del collezionismo d’arte è andato assumendo dimensioni sempre più vaste, qualificandosi come un vero e proprio fenomeno di massa. La crescita del benessere è richiamata verso il collezionismo, ossia nei settori sempre più ampi del tessuto sociale; e il commercio dei beni culturali è andato assumendo una consistenza apprezzabile, nazionale e internazionale nell’ambito dell’economia. Lo sbocco estremo del fenomeno di mercificazione della cultura è la costituzione di fondi d’investimento in opere d’arte e l’attenzione costante anche da parte di quotidiani di carattere economico. In effetti, il pittore e lo scultore contemporaneo sono più riconoscibili e più imitabili dei loro colleghi del passato. Gli artisti dei nostri giorni attenti a distinguersi e anche a stupire per l’invenzione quelli antichi sempre tesi a migliorare e perfezionare i loro raggiungimenti sul piano della qualità nel contesto dell’estetica oraziana (Saepe stilum vertas, iterum quae digna legi sint scriptures-satire, I, 10, 72-73) imperante sino all’epoca dei Lumi, ossia il periodo di un particolare privilegio delle cose immobili, in coerenza con il principio che la proprietà fondiaria costituisse un segno di nobiltà o di distinzione, la cui circolazione era limitata e consentita solo con determinate formalità. In questo senso, si fondava una differenza tra la circolazione immobiliare e quella mobiliare nella quale ultima le forme erano soppresse e la legittimazione era fondata sul semplice fatto materiale del possesso: en fait de meubles, la possession vaut titre, secondo l’art. 2279 del Code Napolèon, che ancora ha un riscontro nell’art. 1153 del vigente codice civile. L’invenzione è riproponibile senza particolare sforzi. La qualità costituendo il risultato di una fatica che parte dalle copie accademiche dei grandi capolavori dell’arte e sbocca nella miriade di disegni preparatori che precedono il prodotto finale non può essere surrogata o contrabbandata con facilità. Si può certamente ammettere che un buco in una superficie campita a monocromo possa rendere il concetto di spazio perché questo si ritiene oggi è una rottura nella materia inerte. Lode, dunque, all’invenzione e al suo autore Lucio Fontana!.

Con la conseguenza che l’arte contemporanea secondo alcuni è addirittura aperta alla causalità e il suo valore economico è più legato al feticcio che alla sostanza intrinseca,l come le sante reliquie. Il dente di san Paolo non è diverso a quello di altri mortali e il suo valore santificante è legato alla provenienza. La santità salta lo spirito ma si testimonia nella carne. L’assenza delle stigmate dell’artista rende insignificante il prodotto della contraffazione come l’assenza di santità rende il dente di un qualsiasi uomo del tutto diverso da quello di San Paolo: un reperto umano e non una reliquia!. Si tratta allora di idola fori? Ma mai come in quest’epoca di ritorno all’irrazionale di recupero della Vandea e perfino del brigantaggio filo borbonico di derisione dell’Illuminismo e dei suoi padri (Rousseau, Voltaire) gli idola fori e i loro equipollenti prodotti dei media costituiscono una realtà. E il diritto si ferma davanti al reale, non pretendendo di sostituirlo con il razionale, parlando con termini hegeliani e la contraffazione dell’opera concettuale è possibile anche ove si dimostri la sua perfetta equipollenza all’originale intermini di invenzione e di qualità la difesa contro un fenomeno patologico di vasta dimensione non poteva esser lasciata agli strumenti generali. È frequente quindi il caso del Marchand-amateur, nel quale non è agevole distinguere la separazione tra interesse collezionistico e motivazioni venali.

Si concentra quindi in un jus specialis, intitolato: La paternità del bene culturale, ossia il valore della expertise e tutela della tenuità, il problema dei cosiddetti archivi, la tutela penale della tenuità del bene culturale, l’oggettività giuridica dei reati previsti dalla legge Pieraccini, arrivando al testo unico del 1999, nella sua forma letterale che integra un lex mitior intermedia. La tutela dei beni culturali privilegiati, ossia il restauro, la rimozione, la prelazione, in linea di principio entra nella facoltà del dominus quella di spostare e costituire un proprio bene nel tempo e nello spazio, cercando di evitare la procedura per spedizione ed esportazione. La nozione di esportazione e la propria tutela civile, penale, amministrativa della normativa afferma, in primis, che la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale preserva la memoria della comunità nazionale ed entro l’ambito di diritto internazionale privato la tutela dei beni culturali appartengono ai diritti erga omnes che promuovono lo sviluppo della cultura internazionale e non solo. L’ultimo capitolo del libro si conclude con la tutela penale del patrimonio archeologico.

Nella nostra società odierna la tutela dei beni culturali sono abbastanza ben definita da regole nel complesso della Comunità Internazionale e comunitaria e/o che corrispondono parecchie volte alle necessità ed interessi politico-giuridici, ai criteri di opportunità e di esecuzione di ogni ingerenza autoritaria nazionale o internazionale. Mai come oggi si impone la necessità di una regolamentazione di una attività comune, di un intervento per la cultura e la difesa dei diritti culturali, che dovrebbero essere accompagnati non solo da leggi ma dal diritto di informazione affinché la conservazione del nostro patrimonio possa diventare un diritto di concreto valore, salvaguardato da ogni ordinamento internazionale o nazionale e dalla coscienza umana come diritto imprescrittibile.

 

Avv. Prof. D. Liakopoulos

 

 

 

 

 

 

 

 

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