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(Dott. Maximiliano Palladini)
Uomini e non Cariche
Partendo dal presupposto che tutte le nostre attività,
lavorative e non, sono
concepite
al servizio e per beneficio del genere umano, del quale
facciamo parte noi tutti e non solo alcuni, e della
natura entro la quale l’uomo stesso è concepito e vive,
credo si debba tornare a vederci come uomini prima
ancora che per le cariche che ricopriamo, proprio per
valorizzare e dare un senso alle cariche stesse
Osservandoci attorno non è difficile notare la
distorsione e l’involuzione di ogni aspetto quotidiano e
di vita sociale e lavorativa, a partire da quello che
dovrebbe essere il vertice per correttezza e altruismo,
i Governanti, che una volta venivano definiti Onorevoli
in quanto donavano ore del loro tempo alla comunità per
la quale, non remunerati, si impegnavano nella
risoluzione dei problemi, oggi sono uomini d’affari pure
di scarse capacità dato che per arricchirsi stanno
uccidendo la società nella quale loro stessi vivono e
operano, si è mai visto un pesce inquinare il laghetto
nel quale nuota? O una volpe incendiare il bosco dal
quale trae cibo e rifugio?
Essere uomini, a che si fomentino i valori
effettivamente nevralgici della vita, a scapito
dell'indebito accaparramento, a danno dei più deboli ed
indifesi.
La società è nata in epoca preistorica per salvaguardare
l’incolumità di tutti i componenti della stessa, i
compiti erano per ciascuno, equamente distribuiti ,
nessuno era inattivo, e la predominanza era dei saggi, i
quali, ricchi di esperienza vera, vissuta,sapevano
dispensare consigli utili e mai di parte.
Oggi la società ha subito una involuzione ( non si può
considerare evoluzione, una trasformazione, una
degenerazione in negativo d' una situazione originaria)
per la quale non è più nemmeno contemplato il
perseguimento del benessere dell’intera collettività, ma
il denaro che altro non è, che un mero mezzo di scambio
di beni e servizi, che dovrebbero invece, essere
garantiti a tutti. Poteri forti dunque, oligarchia
assolutista, che detiene le sorti di un intero pianeta.
Una soluzione possibile a questa situazione
cancerosa potrebbe una presa di coscienza generale, un
riprenderci tutti da questa sbornia delle illusioni che
la televisione ci propina, per le quali ne siam divenuti
succubi.
Indi, s'auspica il ritorno ad una vita naturale, che non
vorrà necessariamente dire tornare alle caverne, ma
riscoprire il piacere della vita, dell’amore e anche del
sesso, lasciando bramosie di potere effimero, e il
desiderio di accumulare ricchezze che da morti non
godremo… vivendo così, la vita e le emozioni.
LUNEDI' 26 APRILE 2010, IN SALERNO, IL POETA MICHELE
LORENZO BIAFORA, TERRA' UNA CONFERENZA PRESSO IL
CIRCOLO UFFICIALI DELLE FORZE ARMATE, NELLA GIORNATA A
LUI DEDICATA, DALLE ISTITUZIONI SALERNITANE, E DALLE
MASSIME AUTORITA' CULTURALI DELLA CITTA. INDI, LA
PRESTIGIOSA ASSOCIAZIONE CULTURALE, IL CAFFE'
DELL'ARTISTA, CHE ANNOVERA, TRA I SOCI ONORARI, L'ESIMIO
SCIENZIATO GIOVANNI PAPINI, NONCHE' FRANK GARGIONE,
SCIENZIATO PER LE COMUNOICAZIONI SATELLITARI NASA, E
LILIANA DE CURTIS, FIGLIA DELL'INDIMENTICATO ANTONIO DE
CURTIS (TOTO').
IL POETA, INCENTRERA' LA CONFERENZA SULLA SUA ULTIMA
OPERA POETICA, "CELESTE ILLUSIONE", PRESENTATA NEL
NOVEMBRE 2008, NELLA BASILICA S.MARIA DELLE GRAZIE, IN
MILANO, OV'E' CUSTODITO IL CENACOLO DI LEONARDO DA
VINCI.
RICHIAMERA' L'ATTENZIONE SULLA ESTREMA VALENZA
PROMULGATIVA DELLA POESIA, QUALE STRUMENTO DI
RIEQUILIBRIO
SOCIALE E CULTURALE.
NELL'AMBITO DELL'EVENTO, SARA' UFFICIALIZZATA, LA NUOVA
CANDIDATURA AL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA, DOPO
QUELLA DEL 2004, PRESSO LA REALE ACCADEMIA DI
STOCCOLMA, PER MICHELE LORENZO BIAFORA, DA PARTE DELLA
UNIVERSITA' INTERNAZIONALE "GAETANO SALVEMINI" DI ROMA.
SARA' IL RETTORE STESSO DELLA UNIVERSITA', SEN. PROF.
COSMO GIACOMO SALLUSTIO SALVEMINI, A DARNE NOTIZIA.
di Dott. Michele
Lorenzo Biafora
"PARCO COMMERCIALE I PAPAVERI"
La martoriata Calabria, mai come oggi, in
seno ad una scellerata Amministrazione Regionale,
necessita di nuovi impulsi, su di processi
di rivalsa economica e sociale, che producano
significativamente, nuovi posti di lavoro, parimenti ad
una maggiore stabilità, a che questi non siano
estemporanei, e fondamentalmente fugaci. Le sinergie di
fatto, avranno la meglio sul maldestro spirito
prevaricativo, imposto dai poteri
e caste, che s'illudono di tener soggiogata l'intera
regione, ov'anche, la stessa città di Crotone, cui
parleremo, alla stregua d'una grande nuova iniziativa di
coraggiosi imprenditori, fermamente convinti e propensi
a credere, che investire in loco, abbia una massimale
valenza
commerciale, ed anche e soprattutto morale.
Entro pochi mesi, sarà ultimato, in Crotone, sulla
statale 106, un mega progetto, meglio identificato
quale, "PARCO COMMERCIALE
I PAPAVERI", che fornirà occupazione, per intanto, sin
già, per la fase di costruzione della struttura, da
parte della S.I.I. S.R.L. del noto imprenditore
Crotonese Amedeo Pizzuti, a moltissime persone. E circa
200 persone, vi lavoreranno ad impianto ultimato, nei
vari comparti che lo costituiranno; IPERMERCATO
ALIMENTARI DI 4000 MT. QUADRATI, acquisito dal
Gruppo facente capo al Dott.Michele Lorenzo Biafora,
COMPARTO HI FI, ove si è in trattativa, su intercessione
dello stesso Dott.Biafora, con il Gruppo TLC S.P.A. Eldo
Megastore, del magnate dell'elettronica,
Onorato Damiano, ecc. IL PARCO COMMERCIALE I PAPAVERI,
sorgerà in un'area di ben 20000mt quadrati e sarà
caratterizzato da innovazioni ambientalistiche di
rilevante pregnanza, unite ad una sempre maggiore
attenzione d'accoglienza al fruitore,
cliente, nonchè, la possibilità d'una grande struttura,
che abbia, oltre ad offrire nelle strutture annesse le
migliori offerte merceologiche,
una capacità aggregativa d'alta qualità, per le
famiglie, e soprattutto per i bambini, grazie
all'ottimizzazione degli spazi disponibili, che
prevedono accurata vegetazione e svariati servizi
all'esterno, compreso ampio parcheggio per circa 4700
posti auto, e massimo comfort nelle strutture interne,
inclusi ristoranti e bar.
MICHELE LORENZO BIAFORA
di Lucinha Soares
Regata Mondiale - VOLVO OCEAN RACE
2008-2009
Tappa Rio de Janeiro - BRASILE
Partiti! Avventura
selvaggia. Cruda. Assolutamente unica. É uno strepitoso
mix di passioni, volontà, esperienza, determinazione e
molta grinta. Un potente test della natura umana, la più
estrema competizione mondiale di vela di classe.
Una
vera regata dal respiro internazionale. Come definire
altrimenti la Volvo Ocean Race, visto che gli 88 velisti
impegnati nella prima tappa rappresentano 21 nazioni (e
i 5 continenti)?
La Volvo Race è la regata più cosmopolita del panorama
mondiale, solo la Coppa America le si avvicina e come la
“vecchia brocca” poco importa che ci siano solo una
manciata di team iscritti, visto che quei pochi
rappresentano la totalità della comunità velica
internazionale. Tornando ai numeri, la nazione
maggiormente rappresentata è ovviamente la Nuova
Zelanda, con 14 velisti, seguita dalla Spagna con 13,
dall’Inghilterra con 10 e da Australia e Svezia con 7.
L’Olanda ne ha 6, l’Irlanda 5, Stati Uniti e Sud Africa
4, Brasile 3 (Torben Grael
al comando dell´ Ericsson Racing Team 1, una squadra
internazionale e altre due brasiliani: Carabelli e
Signorini) e Francia,
Argentina, Norvegia e Danimarca
2. Restano infine a 1 Belgio,
Germania, Finlandia, Austria, Cina,
Ucraina e
Italia, rappresentata da Gabriele Olivo, imbarcato su
Telefonica
Blue
come media
crew.
Sono 8 barche (barca
a vela) di 70 piedi presenti in questa bellissima sfida
che è partita a ottobre 2008 per una regata attorno al
mondo con delle fermate in Asia, Africa, Sud America
(Rio de Janeiro), America del Nord ed Europa.
L´arrivo sarà a giugno 2009 a San Petersburgo, in
Russia.
Il più grande sfidante di questa regata sarà il
percorso. Nel ultima edizione sono stati 30 mila miglia
nautiche, percorse, circa 56 mila Km, ma
l´organizzazione dell´evento promette 37 mila miglia
nautiche per 2008/ 2009, vuole dire, quasi 69 mila km.
Per avere un´idea di questa dimensione, un giro del
mondo tra la linea del Equatore conta 40.070 Km.
La VOLVO OCEAN RACE, inizialmente conosciuta come
“Whitbread Round the World Race”, è la regata in barca a
vela la più antica al Mondo. VOLVO OCEAN RACE, oppure
VOR per gli intimi, è una sfida tra 8 barche (adesso ne
sono 7, una ha rinunciato) che navigano tra i 4 oceani,
5 continenti in una gara con una durata di nove mesi.
Realizzata ogni quattro anni, questa competizione per
titani, porta la vita di questi equipaggi a una sfida
estrema.
INSIEME PER L’ABRUZZO
Non c’è veramente pace per gli
abruzzesi e tutti noi fremiamo ancora per loro.
Paura e freddo tormentano le
persone che, dal 6 aprile vivono nelle tendopoli. La
terra continua a tremare: due scosse del 4 grado sono
state registrate ieri pomeriggio e in serata, mentre
stamani un nuovo sisma di magnitudo 2,5 è stato
avvertito dalla popolazione. Il maltempo, che aveva
concesso solo una brevissima pausa durante il Consiglio
dei ministri, svoltosi ieri presso la scuola della
Guardia di Finanza, è tornato a creare ulteriori disagi.
La temperatura minima è stata di 2 gradi e la pioggia è
caduta per l’intero pomeriggio.
SEMBRA CHE UNA SCOSSA DEL 4° GRADO RICHTER SIA
AVVENUTA ALLE 23:57 DI IERI GIOVEDI’ 23.
L’epicentro è stato individuato a Sud de L’Aquila nel
territorio di Velino-Sirente ad una profondità di 9,9
km.
I comuni interessati sono Fagnano Alto, Fossa, Poggio
Picenze, Ricca di Cambio, Rocca di Mezzo, San Demetrio
ne’ vestini, Sant’Eusanio Forconese, Villa
sant’Angelo.Non si segnalano danni a persone e cose.
L’ Italia e il mondo si stanno prodigando con
iniziative, concerti, orchestre, eventi sociali, in
favore della popolazione d’Abruzzo. A Napoli, la
settimana scorsa è stato realizzato un concerto “Un
abbraccio per l’Abruzzo” con i “big” della canzone
italiana, alcuni di essi, napoletani: Pepino di Capri,
Tony Esposito……..
A Milano, il 21 maggio scorso, un
altro concerto presso la Chiesa San Marco con un tributo
in memoria di Luciano Pavarotti, l'ultimo indimenticato
mito della lirica italiana. Erano presenti membri della
Famiglia Pavarotti e esponenti delle istituzioni
milanesi.
Il ricavato al netto dei costi sarà devoluto per il
restauro del convento cappuccino di Santa Chiara a
L'Aquila, andato distrutto nel recente terremoto, e a
sostegno della popolazione dell'Abruzzo. Offrendo un
tetto anche provvisorio ai frati, si garantirà la loro
presenza sul territorio, e la prosecuzione della loro
opera caritativa, in questo momento, particolarmente
necessaria.
CALCIO: Premio Gentleman ai calciatori che si sono distinti per la
loro eleganza e fair play dentro e fuori dal campo.
Si è conclusa in tarda
serata, presso l'Hotel Marriott di Milano, la XIV^
edizione del "Premio San Siro Gentleman", tradizionale
appuntamento milanese nel quale vengono premiati i
giocatori di Inter e Milan che si sono distinti per la
loro eleganza e fair play dentro e fuori dal campo. Come
in tutte le precedenti edizioni tanti i calciatori che
hanno partecipato e che hanno ricevuto una serie di
premi speciali e di riconoscimenti ad honorem durante
l'evento presentato da Ilaria D'Amico e Massimo Caputi.
Non potendo essere presenti all'evento serale se non con
un videomessaggio di ringraziamento, in mattinata,
Javier Zanetti ed Esteban Cambiasso, avevano già
ricevuto il premio gentleman presso il centro sportivo
'Angelo Moratti' di Appiano Gentile. Il capitano
nerazzurro ha vinto il "Premio Calciatore Gentleman
Nazionale ", mentre al Cuchu è stato consegnato il
"Premio Gentleman 2009 Fc Internazionale". In serata,
invece, sono stati premiati direttamente sul palco, i
nerazzurri Maicon, Santon e Baresi.
La signora Bedy Moratti ha
consegnato al terzino brasiliano il "Premio Gentleman
per il miglior goal Inter", eletto tale dai tifosi
nerazzurri abbonati a Inter Channel che hanno scelto la
rete realizzata dal brasiliano in Torino-Inter del 21
settembre 2008.
Ronaldinho, Kakà, Cambiasso e
Zanetti hanno vinto la 14/a edizione del Premio San Siro
Gentleman, il riconoscimento dedicato alla lealtà
sportiva nel calcio professionistico, assegnato ogni
anno ad un giocatore dell'Inter e a uno del Milan.
Ronaldinho verrà premiato con il Gentleman Milan,
Esteban Cambiasso con il Gentleman Inter, Javier Zanetti
con il Gentleman Nazionale e Ricardo Kakà con il
Gentleman Europeo.
Davide Santon è stato
premiato come "Miglior rivelazione 2008/09", mentre
Giuseppe Baresi ha ricevuto, dalle mani del team
manager, Andrea Butti, il "Premio Gentleman alla
Carriera".
La manifestazione, come da
tradizione, ha devoluto parte del ricavato in
beneficenza. È stata la Fondazione Vida a Pititinga
Onlus sostenuta da Enrico Bertolino, l'associazione che
usufruirà dei fondi raccolti.
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Il libro bianco e la politica di comunicazione nel
diritto comunitario
(Di
DIMITRIS LIAKOPOULOS)
Il Piano D e il Piano d’azione citati sono strettamente
collegati al Libro bianco che la Commissione ha proposto
a febbraio 2006 in merito ad una politica europea di
comunicazione. Come già sottolineato, il Piano D ha
principalmente lo scopo di coinvolgere i cittadini
dell’UE in un dibattito ad ampio raggio sull’Unione
Europea (quali sono le sue funzioni, quali dovrebbero
essere le scelte future e come l’UE dovrebbe
comportarsi). Il Libro bianco ha una portata più
limitata: non si tratta di chiedere ai cittadini le loro
idee sull’Unione ma su come far si che vi sia una
migliore comunicazione fra i cittadini stessi e i
responsabili delle politiche dell’Unione. Il Libro
bianco ha del resto una portata più ampia del Piano
d’azione, in quanto non si limita ad indicare i
cambiamenti e le azioni che avverranno in seno alla
Commissione, ma pone interrogativi di come i governi
nazionali e le organizzazioni della società civile negli
Stati membri possono collaborare tra loro e con le
istituzioni europee ai fini della comunicazione.
Il Libro bianco è stato elaborato nel difficile contesto
seguito alla bocciatura in Francia e nei Paesi Bassi del
Trattato costituzionale europeo106, che ha fatto
riemergere con forza la problematica legata al senso di
estraniamento dalla realtà europea avvertito dai
cittadini dell’Unione. Con questo documento sulla
comunicazione si mostra l’intenzione di avviare una
nuova fase nella gestione del gap tra istituzioni
europee e cittadini. Il Libro bianco si presenta come
una denuncia di lacune e vuoti e allo stesso tempo come
individuazione di tappe e responsabilità che dovranno
caratterizzare il programma di lavoro in campo
comunicativo. L’aspetto più rilevante è la volontà di
mettere la comunicazione al centro del processo di
ampliamento degli spazi della democrazia, come strumento
capace di «ridurre le distanze». Si è cercato pertanto
di far confluire in un unico testo principi, valori,
proposte e strategie che dovrebbero fungere da
«istruzioni per l’uso» per tutti coloro che sono e
saranno coinvolti nella costruzione di un’identità
europea. Il documento vorrebbe dunque non essere una
semplice dichiarazione d’intenti fine a se stessa:
perché possa funzionare come base di discussione e
soprattutto come progetto di lavoro è indispensabile che
i singoli Stati membri lo inseriscano nell’agenda delle
loro discussioni e proposte politiche per permettere di
realizzare concretamente un piano europeo di
comunicazione.
Si vuol dare così inizio ad una nuova fase nella vita
dell’Unione europea, più attenta alla valorizzazione dei
cittadini e degli ambiti locali e più consapevole,
rispetto al passato, della necessità di dare un volto
all’Europa.
Non più, dunque, solo diritto passivo all’informazione
ma capacità di attivare meccanismi bidirezionali;
interessanti a questo proposito sono state le parole con
cui il Commissario europeo alla comunicazione Margot
Wallström ha presentato il documento, sottolineando come
«la comunicazione è innanzitutto e soprattutto una
questione di democrazia. Comunicazione non solo come
informazione ma come cultura del dialogo e della
partecipazione, strumento per ascoltare e dare voce ai
cittadini».
La Commissione propone un nuovo approccio: il passaggio
da un «monotono monologo» ad un autentico ed effettivo
dialogo tra le istituzioni e i cittadini. Finora,
infatti, l’informazione fornita da Bruxelles ha
«sperato» in una possibile utenza, mentre la svolta
dovrà essere ora rappresentata dall’assicurarsi che il
messaggio arrivi a destinazione e che produca un
feedback. È importante che il Libro sia però considerato
un punto di partenza, da cui dovrà poi scaturire una
strutturazione della comunicazione che renda operativi
gli obiettivi auspicati nel documento.
Il Libro bianco su una politica di comunicazione non è
stato preceduto, come spesso accade, da un processo di
consultazione promosso da un libro verde. Questo perché
è lo stesso Libro bianco ad avviare il processo di
consultazione e a proporre idee per passare all’azione.
La Commissione consulta già un’ampia gamma di categorie
interessate nel momento in cui esercita i suoi poteri di
iniziativa legislativa, allo stesso modo in cui, come si
è visto, esamina i sondaggi europei di opinione (Eurobarometri)
e chiede regolarmente pareri sia al Comitato economico e
sociale europeo (CESE), che rappresenta datori di
lavoro, sindacati, agricoltori, consumatori e altre
organizzazioni della società civile, sia al Comitato
delle Regioni, che rappresenta le autorità regionali e
locali di tutti i paesi dell’Unione.
Tuttavia, questa operazione di consultazione aspira ad
ingrandirsi, coinvolgendo maggiormente i singoli
cittadini per renderli soggetti attivi del processo
decisionale e andando così implicitamente a rafforzare
la legittimità democratica stessa dell’Unione.
Passando all’analisi del documento, nell’introduzione si
ribadisce la «grande distanza fra l’Unione Europea e i
suoi cittadini», che emerge dai dati dei vari
Eurobarometri, i quali confermano la scarsa conoscenza
che i cittadini hanno dell’Unione e la loro sensazionedi
avere poca influenza sui processi decisionali europei. È
convinzione della Commissione che «la democrazia può
prosperare solo se i cittadini sanno cosa sta succedendo
e possono parteciparvi attivamente».
Dopo aver sottolineato la correlazione fra il Libro
bianco e il Piano D e il Piano d’azione, si rimarca la
necessità di un approccio basato sulla cooperazione, che
coinvolga non solo le istituzioni europee, ma anche le
autorità nazionali, regionali e locali negli Stati
membri, i partiti politici europei e la società civile.
Il documento sulla politica di comunicazione si divide
poi in due parti. Nella prima si espone il parere della
Commissione su come dovrebbe strutturarsi la politica di
comunicazione dell’UE e gli obiettivi che dovrebbe
prefiggersi. Innanzitutto, si afferma la volontà di
rendere la comunicazione una politica a pieno titolo,
secondo un approccio fondamentalmente nuovo, che vede il
passaggio da una comunicazione a senso unico, basata
sulle istituzioni, ad un dialogo consolidato, decentrato
e costruito intorno ai cittadini. Per questo, i
meccanismi di consultazione non dovrebbero riguardare
solo specifiche iniziative politiche e
i canali attraverso cui permettere ai cittadini di
partecipare al dibattito politico non dovrebbero essere
così limitati e inaccessibili.
La Commissione tira inoltre in ballo la sfera pubblica
europea, da costituire all’interno e a completamento
delle varie sfere pubbliche nazionali, invitando i mass
media ad affrontare temi di interesse comune in modo da
creare un vero dibattito europeo che possa consolidare
il posto dell’Unione nell’opinione pubblica.
La seconda parte del documento, concentrata sugli
obiettivi, definisce cinque settori di azioni da
realizzare in cooperazione con gli Stati membri e la
società civile. Il primo settore riguarda la definizione
di principi comuni che possano fungere da fondamento
nelle varie pratiche di comunicazione. Oltre al diritto
all’informazione e alla libertà di espressione, a cui si
fa riferimento in particolare nella Carta europea dei
diritti fondamentali, ci sono altri importanti principi
su cui dovrebbe basarsi una solida politica di
comunicazione, ovvero l’inclusione, intesa come diritto
di accesso, nella propria lingua, alle informazioni
sull’Unione, attraverso una rete estesa ed accessibile
di canali; la diversità, come rispetto e valorizzazione,
nel processo di comunicazione, di tutte le varie
opinioni politiche espresse da individui appartenenti a
contesti fra loro socialmente e culturalmente
eterogenei; la partecipazione, intesa come diritto di
esprimere le proprie idee e di essere ascoltati.
Il secondo settore d’azione prevede il rafforzamento del
coinvolgimento dei cittadini tramite la strutturazione
di canali di
comunicazione, che diano al maggior numero possibile di
persone l’accesso all’informazione e l’opportunità di
far ascoltare la propria voce. In particolare, la
Commissione punta a migliorare l’educazione civica, che
essa intende non solo come insegnamento nelle scuole
della disciplina che possa spiegare cos’è l’Unione
Europea, ma come possibilità per tutti i cittadini di
imparare ad usare Internet per poter accedere ad
informazioni sulla politica pubblica e poter partecipare
ai forum on-line. Ciò è particolarmente importante per
le minoranze, i disabili e tutte le categorie di persone
che altrimenti rischierebbero di essere escluse dalla
partecipazione alla sfera pubblica europea. Questo
compito è affidato prioritariamente agli Stati membri,
ai quali è richiesto, in questo specifico campo, un
grande sforzo di collaborazione. Ai mezzi di
comunicazione nazionali, coinvolti nel terzo settore
d’intervento, viene esplicitamente richiesto di inserire
nella loro agenda d’informazione le tematiche europee,
ponendo fine alla «limitata e frammentaria copertura dei
temi europei da parte dei media», puntando in
particolare sul mezzo televisivo per riuscire a «dare un
volto all’Europa». Anche in questo caso è richiesto
l’intervento degli organi nazionali, i quali dovrebbero
ad esempio collaborare in modo assiduo con le emittenti
radio-televisive fornendo loro informazioni attuali
riguardanti l’Unione Europea. Questa sezione si rivela
essere, come le altre, una programmatica dichiarazione
d’intenti, che dovrà essere supportata, in un futuro
prossimo, da azioni concrete da concertare con tutti i
soggetti coinvolti.
Il quarto settore si occupa della comprensione
dell’opinione pubblica europea, con specifico
riferimento allo strumento Eurobarometro, del quale si
vorrebbe migliorare la qualità delle metodologie per far
fronte alla necessità di comprendere più a fondo le
tendenze dell’opinione pubblica europea.
L’ultimo punto, conclusivo della sezione dedicata alle
azioni da intraprendere, ribadisce nuovamente il
concetto di cooperazione e con esso l’impossibilità di
portare a termine qualsiasi progetto a livello europeo
senza la piena adesione di tutte le principali parti
interessate.
Si tratta innanzitutto degli Stati membri, a cui si
chiede un rinnovato impegno, in termini materiali e
finanziari, per incoraggiare
attivamente l’auspicato dibattito pubblico. Le stesse
istituzioni europee dovranno abituarsi a lavorare in
parallelo per migliorare la comunicazione, adottando
un’ottica decentralizzata che valorizzi le dimensioni
locali e regionali considerate le più «vicine» ai
cittadini.
I partiti politici dovranno rafforzare la loro presenza
a livello europeo per essere un canale fra l’Unione e i
cittadini, e così dovrà fare la società civile
organizzata, comprese le organizzazioni settoriali e
quelle professionali.
Questi cinque settori d’azione puntualmente definiti
sono oggetto di una consultazione (a cui si può
partecipare online o a mezzo postale) che ha avuto
inizio il 1° febbraio 2006 e che terminerà il 31 luglio
2006. Consultazione aperta a tutti i soggetti coinvolti,
come visto sopra, nella «sfida comunicativa» di cui la
Commissione si fa promotrice, onde poter procedere alla
messa a punto, tramite la sintesi delle risposte
ottenute, di piani d’azione per ciascun settore.
Parallelamente alle attività di comunicazione
istituzionale riguardanti l’Unione Europea
specificamente gestite dalla Commissione e dal
Parlamento europeo nasce la Federazione Europea delle
Associazioni di Comunicazione Pubblica, siglata con la
sottoscrizione di un protocollo di cooperazione il 5
novembre 2004 in occasione della undicesima edizione del
Salone Europeo della Comunicazione Pubblica COM-PA di
Bologna. Interlocutore privilegiato delle istituzioni
europee, la federazione favorisce gli scambi tra le
Associazioni nazionali di comunicazione pubblica in
materia di esperienze professionali, know how, programmi
d’azione, deontologia di comportamenti e etica del
servizio pubblico, con l’intento di federare tutte le
associazioni affini in seno all’Unione per affermare la
cultura della comunicazione pubblica in Europa e
valorizzarne le professioni. La «Carta di Bologna»,
istitutiva della Federazione, è stata inizialmente
sottoscritta solo da quattro associazioni nazionali,
ovvero l’Associazione Italiana della Comunicazione
Pubblica e Istituzionale, la «Communication Publique»
francese, la DIRCOM spagnola e la «Communication
Publique» Wallonie-Bruxelles del Belgio francofono;
successivamente, con un primo emendamento della Carta
(Bruxelles, 7 luglio 2005), si è realizzata l’adesione
di due nuove associazioni: la Kortom
(Belgio fiammingo) e la Local Government Communication
Association (Gran Bretagna). In occasione del COM-PA
2005, due nuove associazioni hanno sottoscritto la
Carta: la National Dutch Association for Government
Communication dei Paesi Bassi e il Chartered Institute
for Public Relations del Regno Unito.
Lo scopo è fondamentalmente quello di coinvolgere a
livello europeo più realtà possibili per realizzare la
definizione comune di
iniziative e programmi finalizzati alla diffusione di
una nuova e moderna cultura della comunicazione nelle
istituzioni europee, oltre che in quelle nazionali e
locali.
L’esperienza della Feacp dimostra quanto in tutti i
settori come in quello della comunicazione pubblica ci
si debba ormai confrontare a livello europeo e non più
solo nazionale; confronti e scambi sulla disciplina
permetteranno infatti di avere una visione d’insieme
sugli obiettivi da perseguire per rafforzare la
comunicazione sui processi d’integrazione europea. La
Federazione si propone quindi di offrire supporto
strategico in materia di comunicazione nei riguardi sia
del Parlamento europeo che della Commissione, in stretta
collaborazione con le Rappresentanze e Delegazioni
nazionali di ciascuna.
Il Presidente della Federazione, Pierre Zémor, di
concerto con le associazioni aderenti, ha presentato il
4 novembre 2005 una lettera aperta alle istituzioni
europee concernente un’analisi sulle politiche di
comunicazione dell’Unione e una proposta di contributo
alle istanze comunitarie per colmare il divario tra
istituzioni e cittadini.
Zémor, commentando l’operato delle istituzioni europee,
sottolinea come «la Commissione cerca di porre in essere
dei piani d’azione per una migliore comunicazione in
Europa. I risultati sono ancora insufficienti, malgrado
le intenzioni siano buone e si ricongiungano agli sforzi
del Parlamento europeo o delle sue delegazioni negli
Stati membri […] non si tratta di educare all’Europa dei
cittadini che necessitano di informazioni, ma di farli
partecipare e dialogare in Europa».
Nella lettera i mass media vengono accusati di avere la
loro parte di responsabilità per ciò che riguarda il
deficit d’informazione, «nel momento in cui applicano
delle mere logiche di quantità di lettori o di share,
considerando di sovente che, dato lo scarso interesse
del pubblico e essendo l’offerta insufficiente, l’Europa
non è uno spettacolo e non fa vendere».
La Feacp propone che le istituzioni europee si affidino
in modo permanente ai comunicatori pubblici dei vari
Stati membri, i quali, tramite le loro reti, possono
essere in grado di percepire motivazioni ed orientamenti
dei cittadini, permettendo di rendere la comunicazione
più diretta e adattata alle preoccupazioni dei suoi
utilizzatori. «Senza un dibattito pubblico, non c’è una
cittadinanza europea», e proprio per questo motivo il
Presidente Zémor auspica che le istituzioni europee
considerino la Federazione come uno degli attori chiave
delle loro strategie di comunicazione per poter
partecipare in prima persona ad una strategia globale
dell’informazione e della comunicazione, privilegiando
la vicinanza geografica così come la conoscenza delle
preoccupazioni dei cittadini.
In conclusione possiamo dire che nonostante gli sforzi
che l’Unione Europea e le sue istituzioni hanno compiuto
negli anni per riuscire a coinvolgere i cittadini
europei e a radicare in loro il «sentimento»
dell’appartenenza, l’Europa degli attuali 27 Stati
membri non può, per il momento, considerarsi Europa dei
cittadini.
La cooperazione fra le parti coinvolte nella costruzione
di un’identità europea (istituzioni europee, Stati
membri, autorità regionali e locali, partiti politici,
società civile organizzata) non si è rivelata sino ad
ora sufficientemente efficace da permettere agli
eurocittadini di sentirsi parte integrante di
quest’unica entità sovranazionale.
Manca una dimestichezza quotidiana con le tematiche
europee e i principali accadimenti nelle sedi
comunitarie, addebitale soprattutto, come più volte
sottolineato nel presente lavoro, alla scarsa attenzione
che i mass media dedicano a tali questioni. Le
popolazioni europee non vengono giornalmente a contatto
con ciò che li riguarda a livello europeo, ma solo con
problematiche afferenti all’ambito nazionale. A nulla
vale insistere sulla nascita di una sfera pubblica
europea se nel «comune sentire» dei circa 500 milioni di
individui che creano la compagine dell’Unione manca il
costante contatto con la dimensione europea.
I documenti elaborati e le azioni intraprese, in
particolare dalla Commissione europea, in materia di
informazione e di comunicazione non hanno avuto
un’incisività tale da creare attorno all’Unione Europea
quel consenso, interesse ed adesione che renderebbero
effettivo il processo d’integrazione europea, in
particolare a causa della ripetitività delle strategie
proposte in campo comunicativo o, come nel caso del
Libro bianco sulla politica europea di comunicazione, a
causa del rischio di ridurre i documenti ad una pura
dichiarazione d’intenti se non seguiti nell’immediato da
azioni specifiche e concrete. Quello della comunicazione
è in fondo un settore a cui solo recentemente si sta
cercando di attribuire una valenza strategica e
funzionale alla realizzazione degli obiettivi e del
successo stesso degli ambienti istituzionali ed anche
aziendali più disparati. E per convincere del ruolo che
nel caso specifico la comunicazione dovrà assumere per
accelerare e migliorare il processo d’integrazione a
livello europeo, la Commissione dovrà proporre documenti
dotati di una specifica incisività e concretezza.
È sicuramente lodevole il tentativo di considerare la
comunicazione non un semplice «strumento» ma
un’attività, con tanto di scelte strategiche e strutture
ad hoc, che mira a valorizzare il ruolo dei cittadini, a
dare importanza alla conoscenza che essi devono avere
del funzionamento e delle politiche dell’Unione e a
considerare fondamentale il feedback che da essi deve
provenire sottoforma di consultazioni, pareri, proposte,
ecc.
A questo riguardo un aspetto che dall’analisi svolta
appare centrale è riuscire a dotare la comunicazione di
una specifica competenza fra i settori di cui l’Unione
si occupa, assegnandole lo status di politica.
Ma per quanto la Commissione, il Parlamento europeo, le
Direzioni generali coinvolte e le Rappresentanze negli
Stati membri si siano fino ad ora impegnate a dotare la
comunicazione di una «anima politica», i risultati
ottenuti in termini di decentramento delle strutture
preposte al ruolo di «diffusori» di informazioni, così
come di impatto e di pervasività delle attività
comunicative, non possono considerarsi raggiunti a
livelli tali da poter definire il demos europeo
sufficientemente «educato all’Europa» e consapevole del
pieno significato della sua appartenenza all’Unione.
L’impegno richiesto agli Stati membri è comprensibile a
fronte della vastità del territorio e dell’elevato
numero di individui da
raggiungere, soprattutto se si pensa a tutte quelle
realtà che rischiano di essere lasciate da parte, come
le zone rurali e i gruppi di minoranze etniche, e che in
qualche modo hanno bisogno di un contatto ravvicinato.
Ma la Commissione non deve attendersi una risposta
immediata ed esauriente dei governi nazionali in questo
specifico settore, a causa del più volte citato
interesse a difendere settori prioritariamente
nazionali.
Prima ancora che i cittadini, la Commissione dovrà
riuscire a rendere partecipi gli Stati membri,
convincendoli di farsi carico di
diffondere «l’Europa» e di aggiornare costantemente le
rispettive popolazioni su quelli che sono i principali
avvenimenti comunitari.
Ogni Stato del resto conosce la propria società, il modo
più efficace con cui raggiungere i cittadini e i mezzi
da poter sfruttare.
L’Unione potrebbe sicuramente trarre vantaggi a questo
riguardo dalla creazione, in collaborazione con i Paesi
membri ed in
particolare con le autorità regionali, di un canale
televisivo europeo, che trasmetta in tutti i Paesi
membri – o aspiranti membri – notizie in tutte le lingue
ufficiali, considerando che la TV è tuttora il mezzo di
informazione privilegiato dalle popolazioni europee. Si
tratterebbe di un investimento ingente, in termini di
risorse e di personale, ma che offrirebbe la concreta
possibilità di raggiungere la quasi totalità dei
cittadini europei proponendo con un linguaggio
accessibile e privo di eccessivi tecnicismi una visione
unitaria e aggiornata della situazione dell’Unione e
delle sue politiche. Anche la radio potrebbe divenire
utile strumento di diffusione d’informazioni su
tematiche europee, data la sua intramontabile presenza
nei luoghi più disparati.
Si devono rendere le informazioni sull’UE agevolmente
reperibili, considerando che il cittadino non farà, come
non ha fatto finora, lo sforzo di avvicinarsi all’UE se
non per esigenze specifiche.
Un’ulteriore lacuna rimane quella del deficit
linguistico, per il quale una soluzione efficace
potrebbe essere la diffusione, in termini di conoscenza,
di una lingua unica «europea» da affiancare alle varie
lingue nazionali, e che data la sua attuale espansione
potrebbe facilmente essere l’inglese, da insegnare sin
dai primi anni di scuola come seconda «prima» lingua
(come già accade in Paesi quali la Danimarca, la
Norvegia, la Svezia o i Paesi Bassi), per rendere i
cittadini europei in grado di comunicare agevolmente tra
di loro evitando situazioni di vantaggio per quelle
nazioni in cui le lingue di lavoro dell’Unione sono al
momento anche le lingue ufficiali.
Se le premesse per la creazione di un dibattito
transfrontaliero non verranno disattese, bisognerà
approfittare di tematiche e
accadimenti che stanno a cuore ai cittadini e sui quali
riuscire a coinvolgerli. Uno di questi potrebbe essere
l’allargamento
dell’Unione. Ci si riferisce in particolare alla
richiesta di far parte della compagine comunitaria
avanzata dalla Turchia, che
diventerebbe il primo paese con maggioranza di
popolazione musulmana a far parte dell’UE, e il cui
ingresso è suscettibile di creare non pochi timori. Una
consultazione dei cittadini europei di fronte alla
prospettiva di un’adesione che rischia di rivelarsi
destabilizzante, in particolare per le differenze
culturali e religiose che si verrebbero a trovare sotto
un unico «dominio», potrebbe essere un’occasione di
partecipazione attiva dei cittadini per impedire che
essi si sentano imporre decisioni «dall’alto».
Probabilmente il grosso limite da superare resta il
fatto che le attività europee di comunicazione non sono
per ora disciplinate da fonti normative vincolanti.
Forse solo il riconoscimento nei Trattati di una nuova,
vera e propria «politica» potrebbe rendere la
comunicazione uno strumento capace di incidere
profondamente sulla riorganizzazione dell’assetto
istituzionale europeo nelle sue relazioni con i
cittadini.
È in questo senso che la comunicazione deve considerarsi
concetto inscindibile da quelli di integrazione e
legittimità democratica, missione a cui dare priorità,
strumento e funzione di cui l’Unione Europea dovrà
affinare le potenzialità e strutturare la gestione.
Violenza
A cura di Carmelo Calabrò
La nostra civiltà
contemporanea sembra caratterizzata, tra le tante
contraddizioni che la rodono al suo interno,
dall'inquietante e impressionante fenomeno della
violenza.
Tutti i giorni la televisione e i
giornali ci forniscono notizie relative a ripetuti
episodi di violenza, intolleranza, aggressività e
sopraffazione.
E’ triste ammetterlo, ma l’umanità
si è assuefatta alla violenza e non riesce a
liberarsi da questa dipendenza che induce una
vergognosa e profonda apatia.
Questa pulsione di violenza, fa
parte di ogni cultura e, cosa ancora peggiore, fa
parte della nostra specie e ha un ruolo diverso nelle
varie parti del mondo. Affonda le sue radici in ere
remote, comincia con il primo omicidio dell’uomo, quello
di Abele (biblica) e da qui con un retaggio continua
da allora ad oggi, purtroppo a storicizzare e a
dilagare anche nei nostri giorni.
Due delle più grandi menti della
storia contemporanea, Albert Einstein e Sigmund Freud,
analizzarono il tema della violenza umana. I lavori
psicoanalitici sull’argomento andarono oltre. In alcune
lettere gli autori si interrogano sull’irruzione della
violenza umana indagando sulla differenza tra il
trauma da essa provocato e quello specificamente
descritto dalla psicoanalisi.. Viviamo in un era
moderna, ma abbiamo una mente da età della pietra.
Oggi le immagini e le notizie
imbevute drammaticamente di violenza corrono per il
mondo sulle ali dei mass-media, tenendo dietro a quel
costante processo tipico, movimento del nostro tempo,
che certi analisti definiscono dell'accellerazione
della storia. E’ cambiato il modo, non certo il
fenomeno.
Questi rilevatori, la genetica e
l’analisi antropologica, hanno acceso negli ultimi anni
un dibattito interessante e in questa prospettiva hanno
proposto entrambi con fatti “oggettivi” una
cronologia di cambiamenti culturali e di modelli di
comportamento sociale che spiegano in effetti, lo
scatenarsi della violenza con un impatto, con
condizioni storiche e nelle forme di una operatività
(che non erano registrate in passato) più spietata
nelle linee aggressive.
Sotto un’altra luce, non bisogna
sottovalutare, a livello nazionale e internazionale, la
spaccatura del pianeta in blocchi contrapposti,
schieramenti mondiali inquieti, con una contrapposizione
frontale di ideologie e di sistemi politici,
avvenimenti chiave, che mai nella storia avevano
aperto solchi così profondi, nell'umanità. Le une hanno
alimentato lo scontro delle altre, infiammate dalla
paura, allargando sempre di più i solchi e anche due
modi di pensare e di essere. Una ritualizzazione della
violenza.
Ci si domanda sovente, se a fronte
di una realtà così, sia possibile o no, servirsi della
violenza nel mondo, per misurarsi e per prevalere o
comunque abbia ragione chi crede nel dialogo.
In realtà nessuno che faccia retto
uso della ragione potrà accettare e giustificare in
linea di principio la violenza, perchè essa è
l’espressione più visibile della follia della nostra
società, un fenomeno negativo che contraddice già in sé
l’idea di ragione, sostituendovi la forza brutale e la
coercizione della libertà altrui, sia sul piano fisico
sia sul piano psichico e morale.
Accanto alla violenza fisica, e
alla forza bruta, c’è pure un tipo di violenza
sopraffatrice senza spargimento di sangue e massacri, in
grado di controllare altra forma di violenza. E’ il
prodotto di quell’inquietante e misterioso
sottofondo di violenza che l’uomo esprime con una
sottile trama di temperamenti (una componente
connaturata di colorazioni di violenza di sottofondo,
dalle belle e gentili maniere verbali e mentali, ma che
comunque trova il suo culmine a fare solo del male)
che massacrano inevitabilmente e sconvolgono la
dimensione psicologica e sociale dell’essere umano.
E’ chiaro che se accettiamo queste
premesse, si deve innanzitutto appuntare e mettere in
luce, non fosse che per amore della discussione, che
naturalmente c’è violenza quando si oltrepassa un limite
che non deve essere oltrepassato e lacerato.
In fondo a questa affermazione,
pienamente centrata, si scontrano le diverse forme di
sottigliezza della violenza. Le violenze, certo non
sono tutte uguali: né per intensità, né per i risultati,
né per intenzionalità, nè per le modalità.
La classificazione e le
tipizzazioni delle innumerevoli forme di violenze e gli
esempi sono molteplici, ma tutti risuonano come una
campana a martello, e sono sequenze riconducibili
profondamente alla forma dell’intolleranza .
Certo, in ognuna di queste
violenze, costruite artificialmente, sono presenti
altri aspetti, altre finalità. Intrecci che
accompagnano al tempo stesso il progetto totale o
parziale per forgiare e dare inizio alla violenza.
La violenza sottile può emergere
in forme diverse con uno stratagemma di camuffamento
che se attuato perfettamente a volte non si percepisce
al momento come tale. Di solito inizia e non si rileva
subito. Ecco qui di seguito una breve descrizione di
stati di assoggettamento di violenza sotterranea,
solitamente considerati dalla psicopatologia come
tasselli di un puzzle scioccante e allarmante per la
psiche umana.
E’ la violenza della
“raccomandazione”, con il volto celato della “legalità”,
strumento di dominio, che amputa e ignora chi aveva
meritato veramente quel posto di lavoro o quell’
incarico, e tale comportamento massacra il merito e
l’impegno dell’uomo onesto.
E’ la violenza di quel partito di
regime che condanna a priori chi è sprovvisto di quella
tessera o ideale.
E’ la violenza del giudizio
scolastico, quando questa giudica e valuta
affrettatamente nella spirale dei suoi meccanismi,
qualcuno che è incompreso, socialmente emarginato,
diverso per situazioni familiari o fisiche o a volte
per legami di simpatia o di amicizia.
E’ la violenza chi etichetta con
stagnazione e barriere e censura le idee altrui o
isola le linee e schieramenti nuovi ed elimina
tutto quanto non si allinea.
E’ violenza chi è rigido e
inflessibile e per nulla è disposto a discutere idee
diverse dalle sue e di essere vincitore in ogni disputa
o di essere considerato nel giusto.
E’ la violenza di chi scrive sulla
carta stampata o legge e divulga e manipola notizie
senza certezza e attendibilità e così distrugge
spicologicamente la dignità umana.
E’ la violenza, dominio
psicologico chi tenta di imporsi con molestie,
intimidiazioni e vessazioni sul lavoro; mobilizzazione
di violenza che turba, umilia e devasta l’equilibrio e
la logica personale delle proprie vittime.
E’ violenza, di basso livello,
l’insensibilità drammatica, nei confonti degli
handicappati, dei fragili, dei malati di mente, di un
disabile fisico.
E’ violenza ripugnante e
potenziale di tipo etnico che si fonda drasticamente
sull’intolleranza del colore della pelle come segno di
tangibile diversità.
Nulla di fatalistico. Vi sono
naturalmente, tanti diversi tipi di violenza
sotterranea e non è stato facile, così sembra
suggerire la letteratura scientifica -psicologia e
socilogica , classificare e codificare le
caratteristiche e tutti i livelli toccati dalla “
sottile violenza di infiltrazione”, soprattutto quando i
perpetratori della violenza hanno cercato
pervicacemente con il loro comportamento e manovre di
nasconderla o minimizzarla agli studiosi.
Ma ritorniamo ora agli aspetti più
percepibili del problema della violenza non dal punto
di vista del singolo o di singoli gruppi, ma dal punto
di vista della violenza organizzata di gruppi di
estremisti fanatici e terroristici. Per esempio di
fronte alle immagini diffuse, come quello dell’attacco
suicida alle Twin Towers dei terroristi dell’11
settembre, non si tratta di giustificare gesti che non
rientrano nemmeno nella logica rivoluzionaria classica,
che ha sempre considerato puerile il ricorso
all’attentato indiscriminato, quando a sottolineare che
esse si iscrivono nella spirale della violenza,
campagne di terrore, metodica distruzione e umiliazione
del tessuto sociale. Ancor di più, un quadro spietato,
un volto di violenza contro la specie umana, dove si
accompagna lo scenario immenso con corteo di guerre,
oppressioni, prevaricazioni, torture, uccisioni, senza
alcun sussulto di rimorsi.
Nella coscienza comune di oggi, per
quanto possa apparire ripetitivo, l’auspicio è uno
solo: se non si estirpano le radici e il germe della
violenza, così profondamente abbardicata nella nostra
civiltà in crisi, non potremo., infatti, presumere di
risolvere il problema oppure lo avremo risolto
apparentemente.
Al termine, la cosa più spaventosa
e che mi fa rabbrividire e mi rattrista nell’anima,
che mentre ho scritto queste parole e mentre voi le
leggerete, attorno a noi e in noi vi sono sempre pronte
nuvole celate di violenza quotidiana; e né la ricchezza
e né la fama, ci proteggono nella vita e nel lavoro dai
pungoli temporaleschi della violenza umana.
E’ proprio attorno alle molte
sfaccettature del prisma della violenza, che desidero
concentrare accurate riflessioni. Sia voi sia io
dobbiamo operarci con arguzia e intelligenza per
riconoscere e identificare i segnali della violenza e
soprattutto è necessario agire perché dappertutto nel
mondo vengano rispettati nel senso più pieno i principi
e i diritti fondamentali della persona dai quali dipende
unicamente la crescita dell’essere in una civiltà degna
dell’uomo e nello splendore dello spirito umano.
Bibliografia.
Marcello Flores “Tutta la
violenza di un secolo” Ed. Felrinelli 2005
Vittorino Andreoli “Violenza”
Milano
Rajneesh O.“Filosofia della non
violenza-Radice della felicità”. Dir.Ed.M Baraghini
Collana Euro Febbraio 2005.
Gavin De Becker “ Il dono della
paura” Sperling & kupfer eEditori- Milano ed..1997
Françoise Sironi “Persecutori e
Vittime strategie di Violenza” Feltrinelli Ed.
2001.
Giandomenico Montanari
”L’agnello e la scure” viaggio psicoantropologico alle
radici” Ed.Franco Angeli 1998 Milano.
Avv. prof. Dimitris Liakopoulos-Università della Tuscia |
|
…..Arte e diritto…..
Il diritto dei beni
culturali nasce nel momento in cui un popolo divenuto
Nazione per avere acquistato la consapevolezza delle
propria identità. L’acquisto di una consapevolezza per
l’arte affermava Giuseppe Mazzini: “la coscienza
nazionale non si forma sui banchi si scuola” ma richiede
travaglio e sofferenza.
La coscienza
dell’identità francese inizia a essere acquisita
attraverso un evento drammatico come la guerra dei
cent’anni che travolse il paese per molti anni ed ebbe
il suo momento critico quando Giovanna d’Arco libera
Orlèans dagli inglesi e Carlo VII (il Vittorioso) da
piccolo Re di Bourges viene solennemente incoronato Re
di Francia a Reims. La coscienza dell’identità spagnola
è legata alla reconquista contro gli arabi invasori e
compiuta con la conquista di Granada nel 1492.
Continuando con l’identità polacca che è legata alla sua
matrice religiosa cattolica in opposizione
all’ortodossia della Russia e ai barbari sarmatici. Per
restare all’esempio francese, la prima percezione
dell’esigenza di un potere centrale nazionale
contrapposto alla frammentarietà delle strutture
feudali: chascun baron est solverai en sa baronnie dice
il Beumanoir nell’opera giuridica Les coutumes du
Beauvaisis che risale a Charles le Victorieux, dunque al
1430. E per questo che nella storiografia alle scansioni
meramente temporali si contrappongono quelle ideali o
contestuali. Nei contesti storici prima descritti che
viene avvertita la necessità di difendere le
testimonianze e si afferma il diritto dei beni
culturali, legato alla coesistenza di un interesse del
dominus di poter fruire del bene culturale nella sua
massima dilatazione economica e dell’interesse della
collettività a fruire di quei beni che appartengono a
privati ma che costituiscono nel medesimo tempo un
testimonianza delle radici della cultura nazionale.
L’imposizione e la gestione di questi “limiti”
costituisce la tutela momento fondamentali del diritto
dei beni culturali e che potrebbe definirsi come il
complesso di difese accordate dall’ordinamento giuridico
a cose o situazioni cui si attribuisca una valenza
privilegiata in funzione di essere le stesse
testimonianze delle radici nazionali.
I limiti che conseguono
alla tutela saranno: a) di integrità dei beni, con il
superamento ella facoltà del dominus di distruggere o
comunque di abusare di quel che possiede; b) di
radicamento al territorio, ossia divieto di esportazione
ed c) di dominio eminente dello Stato, atti ablativi
connessi all’affermata proprietà pubblica del sottosuolo
al diritto di prelazione. Elementi che la nostra
Costituzione sostiene sull’art. 9 che considera: “dovere
fondamentale” della Repubblica la tutela del patrimonio
storico e artistico della Nazione e che nell’art. 42,
par. 2 riconosce i limiti della proprietà privata: “allo
scopo di assicurare la funzione sociale”. Il giurista
attento pur cercando di restringerne l’area, in concreto
entro le esigenze di un’effettiva tutela del patrimonio
culturale che renda questa compatibile con l’esercizio
di altri diritti costituzionalmente garantiti. Si
domanda se siano compatibili con tale tutela alcuni loci
comune (topoi) oggi diffusi, ossia: a) la nozione
puramente inventariale del nostro patrimonio nonostante
l’orientamento contrario secondo una concezione
universalistica, tutto quello che si trova in Italia
non tutto ciò che costituisce documento della nostra
cultura; b) l’embargo all’esportazione di beni che
costituiscono documenti anche minimi della nostra
cultura, con la conseguenza di un inammissibile e
asfittico autarchismo; c) una logica sostanzialista che
si sta affermando nell’interpretazione delle norme
penali in materia di beni culturali e che si risolve in
un disinvolto superamento di alcuni principi cardine del
diritto penale, ossia: nullum crimen sine lege, nullum
crimen sine culpa, nemo teneture se detegere, actore non
probante reus absolvitur. Si parla di sostanzialismo nel
senso in cui questo termine si contrappone alla
concezione realistica del reato: quello fondato sul
principio che il disvalore sostanziale del fatto
concreto superi anche l’esigenza di una specifica
incriminazione e questa sul rispetto assoluto dei valori
costituzional-penalistici che permettono di assumere il
bene giuridico tutelato come categoria ermeneutica non
come categoria praeter legem.
L’evoluzione del nostro
diritto dei beni culturale risale nel Granducato Mediceo
di Toscana conduce deliberazioni datate 24 ottobre e 6
novembre 1602. Ma soprattutto a Roma nel 1820 con
l’Editto di Bartolomeo Pacca, Vescovo di Frascati e
Cardinale Camerlengo di Sacra Romana Chiesa che si
specificano alcune linee fondamentali, come: a) il
principio di catalogazione, l’Editto Pacca che prevede
il patrimonio figurativo esistente nello Stato della
Chiesta che debba essere oggetto di inventariazione,
essendo questo il presupposto fondamentali della tutta;
b) il divieto di esportazione: l’Editto Pacca che
afferma il principio che i beni culturali debbano essere
radicati al territorio di appartenenza e non possano
essere esportati se non previo permesso del Cardinale e
in finis, c) il principio della proprietà pubblica del
sottosuolo archeologico, l’Editto Pacca afferma contro
una tradizione romanistica millenaria quella relativa al
tesoro affermata nell’art. 932 c.c. che i beni culturali
rinvenuti nel sottosuolo siano di proprietà non del
privato cui appartenga l’area bensì dello Stato.
Nell’Editto Pacca vi sono, in nuce, tutti i principi dai
quali si ispira la legislazione successiva in materia di
beni culturali da ultimo il ben noto codice dei beni
culturali e del paesaggio emanato con il d.lgs. 42/2004.
Per il principio di
continuità degli ordinamenti giuridici (forma regiminis
sublata, non mutatur ipsa civica) il subentro di un
nuovo Stato non si traduce nell’ablazione generalizzata
degli strumenti normativi precedentemente vigenti, che
continuano a spiegare i loro effetti fino a una
effettiva sostituzione. Una legislazione frammentaria,
complessa e regionale è stata completata per prima volta
solo nel 1909 con la legge 364, come legge Rosadi che
ricalcava le linee fondamentali dell’Editto Pacca. È
rimasta in vigore sino al 1939 che gli insigni giuristi
Santi Romano e lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan
hanno introdotto la legge 1089, tuttora recepita nel
vigente codice dei beni culturali.
È oggi tramontato anche
per effetto del pensiero espresso tra gli anni venti e
quaranta del secondo scorso da Marc Bloch e Lucien
Febvre sulla Rivista francese Les Annales, il concetto
aristocratico di belle arti ed è stato sostituito al
nuovo concetto di beni culturali che ingloba oltre ai
prodotti delle arti figurative tradizionali anche
qualsiasi ulteriore manifestazione avente valore di
civiltà, dello spirito dei templi, il passaggio dal
diritto delle antichità e belle arti al diritto dei beni
culturali.
L’evoluzione dei beni
culturali fa un percorso storico dalla Commissione
Franceschini del 1967 che per prima volta propose la
sostituzione al termine antichità e belle arti di quello
beni culturali definendo questi ultimi come
testimonianze materiali aventi valore di civiltà e
arrivando al Codice dei beni e del paesaggio del 2004.
Se gli artisti dadaisti o concettuali hanno dichiarato
che tutto poteva divenire arte, nel momento stesso in
cui l’artista ripensava alla cosa di uso comune e
l’assumeva nel mondo dell’idea creativa (si pensi ai
ready made), oggi si è portati a pensare che tutto è
cultura, compresi i prodotti della tecnica riproposti in
infiniti multipli. Un elemento qualificante di fronte
all’onnivalenza della cultura è il tempo. La tutela
dovrà trovare un limite, altrimenti l’amministrazione
dei beni culturali dovrebbe se intromettere de omnibus
come diceva il glossatore Odofredo a proposito
dell’invadenza papale ratione peccati. Tale limite è il
decorso del tempo, affermando che ogni oggetto di oltre
cinquant’anni sia un bene culturale dilatarne la nozione
oltre i limiti del ragionevole. E il diritto è noto,
assume il criterio di ragionevolezza come un parametro
fondamentali invalicabile. Oltre quello meramente
temporale esiste anche il criterio di rappresentatività.
Una testimonianza del divenire umano che abbia oltre
cinquant’anni sarà suscettibile di tutela quando sia
rappresentatività, ossia eventualmente inserita in un
contesto assuma un valore significante per la sua rarità
o per il suo valore documentario. Si delinea in tal modo
n nuovo strumento per il giudizio di valore, rectius
l’interrelazione tra cosa e ambiente, in buona sostanza
quel che si definisce appunto come contesto. La cultura
tende sempre più a identificarsi con un’attività
creativa come la storia tende a identificarsi con una
vicenda di popoli, ove sono inglobate le classi
dominanti e le classi subalterne, si pensi a Madre
coraggio e i suoi figli di Bertolt Brecht e gli Eroi di
Tilly e Wallenstein. Però una cosa è significativa
quando assume un valore documentario. Documento è
testimonianza concretamente percepibile di un
determinato fatto storico. Non è a esso connaturata
l’idea della irripetibilità, dell’esclusività ma
certamente inerisce a esso la sua rilevanza in ordine al
thema probandum. Non possiamo anche accettare che tutto
è cultura, come accennato Marcel Duchamp a Joseph Beys
svincolando la culturalità alla stessa azione creativa
per cui un qualsiasi oggetto di uso comune può divenire
artistico solo che non è realizzato ma pensato come
tale. E nessuno può negare che l’abito di mio nonno
possa essere documento di come estiva un latifondista
molisano, laureato in Medicina a Napoli nel 1894, ve ne
è abbastanza per considerare il suo vestito una
testimonianza avente valore di civiltà come recita
l’art. 2/2 del Codice Urbani.
È necessario ripudiare
il concetto di cultura materiale e tornare per rendere
effettiva e soprattutto possibile la tutela a una
nozione aristocratica di bene culturale. Davanti a tale
problematiche si invita la Comunità europea che
nonostante la vivacità della presenza francese
largamente ispirata ai principi di cultura materiale ha
fatto un’opzione per una sorta di aristocraticismo
culturale che privilegia i differenti beni in rapporto
al loro valore economico. La scelta può essere
contestata e basti considerare un esempio: in opera
mediocre e insignificante di un artista importante viene
privilegiata rispetto all’opera di un petit maître
culturalmente molto più significativa in quanto la prima
non la seconda supera i limiti di valore normativamente
previsti? Quale potrebbe essere l’alternativa? Meglio
una soluzione ancorata a un parametro certo e oggettivo
ancorchè discutibile sul piano ideale. E la soluzione
scelta in sede comunitaria potrebbe e dovrebbe trovare
attuazione anche in Italia almeno ai fini autorizzativi
delle spedizioni all’interno dell’UE proprio in virtù di
quella regola di uniformità che richiama addirittura un
topos della nostra cultura giuridica: “aequitas est
rerum convenientia, quae in paribus causis paria jura
desiderat” usando qualche pensiero di Cicerone da
Topica, 4, 23.
Fatte queste
precisazioni in termini di cornice di riferimento in
ordine alla disciplina normativa concreta si osserva
che: a) tutte le cose prodotte dall’uomo che abbiano più
di cinquant’anni e delle quali l’autore no sia più
vivente sono sottoposte fino a quando non sia stata
effettuata la verifica di un interesse particolare. Si
tratta di un primo livello di interesse che si potrebbe
qualificare come interesse semplice e che è sufficiente
per applicare la tutela in caso di proprietà pubblica,
non in caso di proprietà privata; b) la culturalità
presuppone un interesse particolarmente importante che
forma oggetto di provvedimento dichiarativo, al quale
consegue l’attrazione del bene nel regime di tutela con
gli effetti successivamente specificati; c) si aggiunge
anche quella relativa alle collezioni o serie di oggetti
a chiunque appartenenti che per tradizione fama e
particolari caratteristiche ambientali rivestono come
complesso un eccezionale interesse artistico o storico.
Si tratta del più alto livello di tutela quella relativa
al vincolo collettivo che rende inseparabili tutti i
beni che ne costituiscono l’oggetto e mortificano
sensibilmente il valore degli stessi.
Passando sulla nascita
della storia dell’arte si suole far risale alle Vite de’
più eccellenti pittori, scultori e architettori di
Giorgio Vasari, la cui prima edizione è del 1550. Da
allora la disciplina è andata prima pendendo coscienza
di se stessa e poi dalla fine dell’Ottocento
istituendosi come scienza, ammesso abbiano valore
scientifico i dati automatici di scrittura, (dati
morelliani) proposti proprio in quel torno di tempo da
un pittore studioso che si chiamava Giovanni Morelli,
poi divenuto per chiara fama Senatore del Regno, una
sorta di autentica grafologia pittorica. La vocazione
della storia dell’arte a istituirsi come scienza ha
toccato in data recente l’apice con Federico Zeri. Si
dice che l’opera di questi due dipinti, la filologia e
un nome (1961, ried. Milano, 1995) dedicata
all’individuazione del cosiddetto maestro delle Tavol
Barberini costituisca un capolavoro insuperato di rigore
filologico e dimostrativo. In base a nuove acquisizioni
non il nome proposto dal grande storico dell’arte,
Giovanni Angelo di Antonio da Camerino, ma il
contemporaneo Fra Carnevale cui è stata dedicata una
bellissima mostra a Milano intriso della medesima
cultura del pittore originariamente proposto. In sintesi
per opinioni spesso fondate più su intuizioni che su
regole nazionali: ricerca appunto, perché la storia
dell’arte non arriverà mai a ipotesi conclusive chè
diversamente non vi sarebbe più nulla da dire ma solo da
attendere la morte. Questo aspetto problematico della
storia dell’arte sfugge a quei pubblici accusatori che
ritengono di poter fondare una nuova scienza: il
massimario della storia dell’arte, ove per ogni autore
si arrivi a un’ipotesi fissa e invariabile, come per le
massime consolidate di giurisprudenza. Cercare di
sostituire alla dialettica interna alla comunità
scientifica una verità eteronoma che venga dai giudici
significa diciamolo senza mezzi termini, uccidere la
storia dell’arte, con esisti ancora peggiore di quelli
espressi dalla Cultura di Stato di Zdanov e di Göbbels
che non erano mai arrivati a ipotizzare uno storia
dell’arte i cui risultati fossero oggettivi e sicuri. A
parte l’assenza di parametri di riferimento a utilizzare
per affermare questo giudizio storico, positivo o
negativo che sia manca l’interesse ad agire, dal momento
che le opinioni espresse più o meno manifestamente sono
assolutamente libere e incoercibili.
Diceva un vecchio
illustre storico del diritto, Nino Tamassia che: “il
diritto nasce vecchio”. Infatti il legislatore si limita
a recepire dei dati elaborati a monte dal costume e il
suo intervento costituisce sovente l’espressione di una
vera e propria necessità. Ma proprio questo libero
dibattito secondo l’opinione dello scrivente che non
dovrebbe e non potrebbe consentire lo spazio a una
sentenza del giudice per la contraddizione che non
consente. Il diritto di agire in giudizio per sentir
affermare l’irragionevolezza di un’opinione è
intrinsecamente contraddittorio e giuridicamente
inammissibile. Il fenomeno del collezionismo d’arte è
andato assumendo dimensioni sempre più vaste,
qualificandosi come un vero e proprio fenomeno di massa.
La crescita del benessere è richiamata verso il
collezionismo, ossia nei settori sempre più ampi del
tessuto sociale; e il commercio dei beni culturali è
andato assumendo una consistenza apprezzabile, nazionale
e internazionale nell’ambito dell’economia. Lo sbocco
estremo del fenomeno di mercificazione della cultura è
la costituzione di fondi d’investimento in opere d’arte
e l’attenzione costante anche da parte di quotidiani di
carattere economico. In effetti, il pittore e lo
scultore contemporaneo sono più riconoscibili e più
imitabili dei loro colleghi del passato. Gli artisti dei
nostri giorni attenti a distinguersi e anche a stupire
per l’invenzione quelli antichi sempre tesi a migliorare
e perfezionare i loro raggiungimenti sul piano della
qualità nel contesto dell’estetica oraziana (Saepe
stilum vertas, iterum quae digna legi sint
scriptures-satire, I, 10, 72-73) imperante sino
all’epoca dei Lumi, ossia il periodo di un particolare
privilegio delle cose immobili, in coerenza con il
principio che la proprietà fondiaria costituisse un
segno di nobiltà o di distinzione, la cui circolazione
era limitata e consentita solo con determinate
formalità. In questo senso, si fondava una differenza
tra la circolazione immobiliare e quella mobiliare nella
quale ultima le forme erano soppresse e la
legittimazione era fondata sul semplice fatto materiale
del possesso: en fait de meubles, la possession vaut
titre, secondo l’art. 2279 del Code Napolèon, che ancora
ha un riscontro nell’art. 1153 del vigente codice
civile. L’invenzione è riproponibile senza particolare
sforzi. La qualità costituendo il risultato di una
fatica che parte dalle copie accademiche dei grandi
capolavori dell’arte e sbocca nella miriade di disegni
preparatori che precedono il prodotto finale non può
essere surrogata o contrabbandata con facilità. Si può
certamente ammettere che un buco in una superficie
campita a monocromo possa rendere il concetto di spazio
perché questo si ritiene oggi è una rottura nella
materia inerte. Lode, dunque, all’invenzione e al suo
autore Lucio Fontana!.
Con la conseguenza che
l’arte contemporanea secondo alcuni è addirittura aperta
alla causalità e il suo valore economico è più legato al
feticcio che alla sostanza intrinseca,l come le sante
reliquie. Il dente di san Paolo non è diverso a quello
di altri mortali e il suo valore santificante è legato
alla provenienza. La santità salta lo spirito ma si
testimonia nella carne. L’assenza delle stigmate
dell’artista rende insignificante il prodotto della
contraffazione come l’assenza di santità rende il dente
di un qualsiasi uomo del tutto diverso da quello di San
Paolo: un reperto umano e non una reliquia!. Si tratta
allora di idola fori? Ma mai come in quest’epoca di
ritorno all’irrazionale di recupero della Vandea e
perfino del brigantaggio filo borbonico di derisione
dell’Illuminismo e dei suoi padri (Rousseau, Voltaire)
gli idola fori e i loro equipollenti prodotti dei media
costituiscono una realtà. E il diritto si ferma davanti
al reale, non pretendendo di sostituirlo con il
razionale, parlando con termini hegeliani e la
contraffazione dell’opera concettuale è possibile anche
ove si dimostri la sua perfetta equipollenza
all’originale intermini di invenzione e di qualità la
difesa contro un fenomeno patologico di vasta dimensione
non poteva esser lasciata agli strumenti generali. È
frequente quindi il caso del Marchand-amateur, nel quale
non è agevole distinguere la separazione tra interesse
collezionistico e motivazioni venali.
Si concentra quindi in
un jus specialis, intitolato: La paternità del bene
culturale, ossia il valore della expertise e tutela
della tenuità, il problema dei cosiddetti archivi, la
tutela penale della tenuità del bene culturale,
l’oggettività giuridica dei reati previsti dalla legge
Pieraccini, arrivando al testo unico del 1999, nella sua
forma letterale che integra un lex mitior intermedia. La
tutela dei beni culturali privilegiati, ossia il
restauro, la rimozione, la prelazione, in linea di
principio entra nella facoltà del dominus quella di
spostare e costituire un proprio bene nel tempo e nello
spazio, cercando di evitare la procedura per spedizione
ed esportazione. La nozione di esportazione e la propria
tutela civile, penale, amministrativa della normativa
afferma, in primis, che la tutela e la valorizzazione
del patrimonio culturale preserva la memoria della
comunità nazionale ed entro l’ambito di diritto
internazionale privato la tutela dei beni culturali
appartengono ai diritti erga omnes che promuovono lo
sviluppo della cultura internazionale e non solo.
L’ultimo capitolo del libro si conclude con la tutela
penale del patrimonio archeologico.
Nella nostra società odierna la tutela dei beni
culturali sono abbastanza ben definita da regole nel
complesso della Comunità Internazionale e comunitaria
e/o che corrispondono parecchie volte alle necessità ed
interessi politico-giuridici, ai criteri di opportunità
e di esecuzione di ogni ingerenza autoritaria nazionale
o internazionale. Mai come oggi si impone la necessità
di una regolamentazione di una attività comune, di un
intervento per la cultura e la difesa dei diritti
culturali, che dovrebbero essere accompagnati non solo
da leggi ma dal diritto di informazione affinché la
conservazione del nostro patrimonio possa diventare un
diritto di concreto valore, salvaguardato da ogni
ordinamento internazionale o nazionale e dalla coscienza
umana come diritto imprescrittibile.
Avv. Prof. D. Liakopoulos
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